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HORMUZ Efficienza vs Resilienza


La chiusura dello Stretto di Hormuz, rotta attraverso cui transita circa un quinto del greggio

mondiale e un quarto dei fertilizzanti ha riportato in primo piano una fragilità strutturale

della nostra economia globale interconnessa:

un singolo punto di vulnerabilità è in grado di innescare perturbazioni sistemiche

massicce e onerose.

Hormuz non è un passaggio qualsiasi: è uno dei principali chokepoint energetici del

pianeta.

Un “collo di bottiglia” globale da dove transita circa il 20% del petrolio globale e una

quota enorme di GNL e fertilizzanti .

Questo significa che non esistono alternative equivalenti nel breve periodo: anche

deviazioni parziali (oleodotti terrestri, rotte più lunghe) non compensano i volumi.

La crisi dello Stretto di Hormuz ci da l’idea di quanto con la globalizzazione sia divenuta

rilevante la profonda interconnessione tra le nostre economie e le economie del mondo .

Hormuz è il modello che ci spiega molto di queste strozzature che esistono a livello di

economia globale, perché come sappiamo l’intera navigazione commerciale su quella via

rimane ferma .

Come sappiamo si susseguono le dichiarazioni di apertura e di chiusura da parte

americana e da parte iraniana ma in realtà quello che è uno snodo fondamentale per le

economie del mondo è diventata un arma potente nelle mani dell’Iran e quindi di Teheran

e allo stesso tempo è una condizione fondamentale perché la guerra cessi , perché per gli

Stati Uniti la riapertura dello stretto viene posta come una condizione sine qua non perché

si possa arrivare ad una tregua .

La dinamica che descriviamo è visibile con

 Prezzi energetici immediatamente in aumento

 Traffico marittimo quasi paralizzato e migliaia di navi bloccate

 Impatti indiretti su agricoltura (fertilizzanti), industria e inflazione

Eppure, simili criticità non hanno fatto altro che moltiplicarsi negli ultimi decenni.

Il commercio globale transita attraverso numerosi altri passaggi critici che potrebbero

parimenti trasformarsi in colli di bottiglia paralizzanti:


Lo Stretto di Malacca tra la Malesia e l’isola indonesiana di Sumatra – una delle sole due

rotte marittime che collegano l’Oceano Indiano al Pacifico – è oggetto di costante

attenzione nelle simulazioni di guerra ed è probabilmente il chockepoint commerciale più

importante del mondo.

Da li passa il 25–30% del commercio mondiale , prevalentemente approvvigionamenti di

energia , diretti verso Cina, Giappone, Corea ed il rischio costante è costituito da pirateria ,

tensioni geopolitiche e congestione con una alternativa molto più lunga e costosa come

Lombok/Sunda (Indonesia).

Lo Stretto di Bab el-Mandeb situato tra Mar Rosso e Oceano Indiano dove transita il

traffico verso il Canale di Suez, petrolio e merci tra Europa e Asia , con il rischio continuo

di conflitti regionali (Yemen, Corno D’Africa) e/o attacchi a navi (già avvenuti).

Se salta questo il Canale di Suez diventa inutile con un effetto domino immediato.

Il Canale di Suez rimase bloccato per sei giorni dalla mastodontica nave portacontainer

Ever Given, e i contraccolpi sulle catene di approvvigionamento si fecero sentire per mesi.

Accanto a questi esistono altrettanti chokepoint industriali caratterizzati cioè da una

elevata concentrazione produttiva:

Taiwan

Cuore dell’economia digitale globale produce oltre il 50% dei semiconduttori avanzati. Un

conflitto su Taiwan avrebbe effetti enormi su : Auto / Elettronica /Difesa ed AI

Terre Rare (Cina)

Sono un gruppo di elementi fondamentali per: batterie , turbine eoliche, elettronica, difesa

e tecnologie militari

Non si tratta di un singolo punto fisico, ma di una dipendenza sistemica concentrata

Come sappiamo e come abbiamo toccato con mano la Cina ovvero un solo Paese

controlla il 65 per cento dell’estrazione di queste terre rare ed altresì controlla il 90 per

cento della loro lavorazione .

E come sappiamo a novembre dell’anno scorso la Cina ha esercitato in pieno questo

potere poiché per rispondere alle minacce di dazi di Trump ha annunciato che avrebbe

bloccato l’esportazione di queste terre rare e ha fatto fare marcia indietro immediata al

presidente americano .

Russia e Bielorussia

Sono grandi esportatori globali di fertilizzanti . Shock già visto dopo la guerra in Ucraina

con impatto diretto sulla sicurezza alimentare globale

Dal punto di vista delle Infrastrutture Invisibili (ma critiche) spesso ignorate, ma

fondamentali possiamo individuare i seguenti chokepoint :

Cavi sottomarini internet 

trasportano all’incirca il 95% del traffico dati globale e sono concentrati in pochi snodi (es. 

Mediterraneo, Mar Rosso). Tagli accidentali o sabotaggi sono in grado di provocare interruzioni

 massive.

Satelliti e GPS

Che influenzano la navigazione, la logistica, la finanza e che dipendono da sistemi spaziali

pongono il tema di una vulnerabilità crescente (cyber, anti-satellite weapons) con reti

elettriche interconnesse (es. Europa) altamente efficienti ma interdipendenti .Un guasto o

attacco può propagarsi a cascata nei sistemi economici interconnessi.

Tutti questi casi condividono tre caratteristiche che sono evidenziati nella vicenda di

Hormuz ovvero :

Alta concentrazione ovvero poche alternative reali,

Bassa sostituibilità nel breve periodo e cioè non puoi

 “rimpiazzarli” rapidamente .

Effetti a cascata su energia e industria oltre che cibo e in ultima analisi sulla stabilità

politica dei paesi interessati.

Il vero rischio oggi non è il singolo chokepoint, ma la loro interazione, con il risultato di uno

shock sistemico globale multilivello.

Un’eccessiva concentrazione del mercato genera vulnerabilità simili.

Il predominio di pochi produttori giapponesi di microcontrollori e sensori di flusso d’aria

componenti piccoli ma essenziali nella produzione automobilistica – fece sì che, quando

nel 2011 il Giappone fu colpito da un devastante terremoto e dal conseguente tsunami,

l’industria automobilistica globale subì una brusca contrazione.

Tali fragilità sono in qualche modo più semplici da affrontare rispetto a quelle intrinseche

alla geografia, come nel caso dello Stretto di Hormuz.

Dal 2011, le case automobilistiche hanno diversificato i propri fornitori, costituito scorte di

riserva e sviluppato ampi sistemi di gestione dei dati che migliorano la trasparenza nelle

complesse catene di approvvigionamento, rendendo più agevole l’individuazione dei rischi

nascosti legati al monofornitore.

Ma la diversificazione comporta dei compromessi, come probabilmente scoprirà il settore

dei semiconduttori avanzati.

Una singola azienda olandese, la Asml, produce la totalità dei macchinari per la litografia

ultravioletta estremamente necessari per la fabbricazione dei chip più sofisticati; e solo

due aziende, la taiwanese Tsmc e la sudcoreana Samsung, possiedono le competenze

per produrre semiconduttori a 2 nanometri.

Consapevoli delle evidenti vulnerabilità derivanti da tale scenario, i governi stanno ora

promuovendo la diversificazione.

Gli Stati Uniti e l’Ue hanno introdotto incentivi affinché Tsmc e Samsung differenzino

geograficamente la propria produzione, mentre il governo statunitense sostiene lo sviluppo

delle capacità produttive avanzate di Intel.

Quindi 2 Paesi che producono quello che serve per le economie più avanzate sia dal

punto di vista commerciale che militare .

Infatti se si bloccasse SudCorea e Taiwan si potrebbero bloccare interi comparti

commerciali strategici compreso quelli che riguardano la difesa ed il settore militare .

A livello economico, l’eccessiva dipendenza da un’unica fonte per qualsiasi cosa

dall’energia alla domanda – può generare un punto di rottura, come l’Europa ha

tristemente appreso in seguito all’invasione su vasta scala dell’Ucraina da parte della

Russia nel 2022.

Si sono quindi ridotti i costi e allungate queste catene del valore perché sono andate

sempre di più alla ricerca di dove era più conveniente localizzare alcune fasi della

produzione e quindi si sono molto concentrate in territori ed hanno attribuito a questi

territori funzioni molto importanti dal punto di vista della produzione.

Quindi viviamo in un mondo estremamente integrato capace di produrre a costi

notevolmente più bassi del passato ma esiste una straordinaria esposizione poiché

esistono tanti Stretti di Hormuz nell’economia mondiale .

Hormuz non è cioè l’unico punto di rottura che esiste poiché ci sono tanti collidibottiglia

che possono poi produrre degli effetti che si riversano sull’intera economia mondiale .

Ciò è vero non solo per il rischio di incidenti o shock, ma anche perché un’eccessiva

dipendenza si presta a ricatti o ad altre forme di pressione, come dimostrano i controlli

cinesi sulle esportazioni di terre rare, l’applicazione delle sanzioni da parte degli Stati Uniti

tramite il circuito Swift e l’impiego dei dazi da parte del presidente americano Trump.

La proliferazione dei punti di vulnerabilità è legata alla struttura e agli incentivi

dell’economia globale.

In una rete altamente decentralizzata e competitiva, gli investitori sono più motivati a

ottimizzare l’efficienza (i cui benefici sono appropriabili, nel senso che vanno in gran parte

a vantaggio dell’investitore) piuttosto che la resilienza (i cui benefici sono distribuiti su tutta

la rete).

Quando gli investitori sono numerosi, nessuno ha l’incentivo a internalizzare i costi

necessari per bilanciare efficienza e resilienza.

Possiamo dire che in questo ambito economico si confrontano due tesi apparentemente

contrapposte ovvero : l’efficienza e la resilienza.

Nelle supply chain globali le imprese ottimizzano ciò che possono catturare

direttamente (efficienza) e trascurano ciò che è diffuso lungo tutta la rete (resilienza).

Efficienza: il modello dominante (pre-shock)

Negli ultimi decenni, molte filiere globali hanno adottato pratiche come: just-in-time,

produzione in paesi a basso costo, riduzione delle scorte, forte specializzazione dei

fornitori.

Questo massimizza l’efficienza interna ovvero meno capitale immobilizzato, margini più

alti, prezzi più competitivi.

Tutti benefici appropriabili dalla singola impresa.

Ne emerge un paradosso ovvero più il sistema diventa efficiente, più diventa fragile.

E questa fragilità non è visibile nei periodi normali ma si manifesta in modo violento

durante gli shock

Resilienza: un bene “di rete”

La resilienza invece implica fornitori alternativi, scorte di sicurezza, capacità produttiva

ridondante, diversificazione geografica. Questi investimenti riducono il rischio sistemico,

ma evidentemente costano nel breve periodo ed inoltre i benefici si distribuiscono lungo

tutta la filiera (clienti, fornitori, consumatori) e non sempre si traducono in vantaggi

competitivi immediati.

Quindi si crea una classica esternalità ovvero chi investe in resilienza non ne cattura tutto

il valore.

Il risultato: fragilità nascosta

Prima degli shock, la rete appare “ottimizzata”. Ma è un equilibrio fragile con pochi fornitori

critici, nodi altamente concentrati, dipendenze geografiche.

Efficienza vs Resilienza ovvero trade-off strutturale

L’ottimizzazione dell’efficienza (just-in-time, supply chain snelle, concentrazione

produttiva) ha caratteristiche opposte alla resilienza, di seguito ne elenchiamo le

caratteristiche :


Efficienza

                                         Resilienza

minimizza costi

                                            accetta costi extra

elimina ridondanza

                                            crea ridondanza

concentra

                                            diversifica

breve termine

                                            lungo termine


In un contesto competitivo dunque chi è più efficiente vince nel breve periodo ma chi

investe in resilienza sembra meno competitivo finché non arriva lo shock (Hormuz)

Quindi in questo senso si può dire che la vicenda di Hormuz rappresenta un modello

geoeconomico ricco di punti di rottura creati e nati con la fase impetuosa della

globalizzazione degli anni 90 ovvero un’epoca in cui l’unica variabile fondamentale era

costituita dalla convenienza economica di investire in un determinato paese per

massimizzare l’efficienza della catena del valore .

Infatti con il crollo dell’Unione Sovietica e con la Cina che non era ancora divenuta una

potenza militare in grado di competere con gli Stati Uniti , il modello costi/ricavi

rappresentava l’unica variabile proprio perché la sicurezza era garantita da un modello

unipolare in cui appunto gli Stati Uniti non avevano rivali al dominio politico/militare .

Dunque da questo punto di vista non appariva economico sostenere costi per la sicurezza.

Quello che invece succede oggi dimostra invece che le scelte economiche devono

compiere questo riequilibrio fra l’efficienza economica che rappresenta una variabile

importante e quella che si potrebbe chiamare sicurezza / resilienza dell’attività di queste

catene

Non basta infatti costruire efficienza se poi dopo quando si evidenziano questi chokepoint i

costi aumentano vertiginosamente .

E’ necessario da questo punto di vista che gli Stati tornino ad essere attori decisivi poiché

la sicurezza è un bene collettivo che gli incentivi di mercato non riescono a produrre in

maniera sufficiente

Per affrontare e sviluppare resilienza gli Stati potrebbero mettere in campo politiche con le

quali riportare a casa le produzioni strategiche (ad es semiconduttori) questa però è la

strada più costosa .

Oppure si potrebbero formare alleanze fra Paesi ovvero forme di coalizioni internazionali

per cercare di diversificare l’approvvigionamento di ciò che potrebbe essere tagliato .

Ecco quindi che ritorna di moda il tema delle scorte di prodotto che prima erano state

accantonate e sostituite dall’efficienza producendo tutto in maniera istantanea.

Ora si sta riscoprendo il tema delle scorte , la convenienza delle scorte .

Essere resilienti viene anche dall’avere necessità di tempo per rispondere e il tempo viene

evidentemente dal fatto che si può attingere a queste scorte .

Per esempio nel caso del petrolio c’è proprio questa come strategia ovvero quella di

assorbire gli schock con le scorte e avere tempo per poter affrontare le interruzioni di

forniture .

Hormuz oltre a porre dinanzi enormi costi a livello globale soprattutto della catena

energetica pone dinanzi il tema della resilienza ovvero di come prevenire queste crisi

affrontando questi chokepoint incrementando il livello di resilienza nel sistema

commerciale.

Nella definizione delle catene di produzione questa prevenzione evidentemente ha un

costo rilevante ma occorre essere consapevoli del fatto che l’economia mondiale pur

essendo frammentata rivela interconnessioni molto elevate che restano fondamentali dal

punto di vista del funzionamento delle nostre economie ed in questo senso Hormuz

rappresenta una sorta di sintesi di un mondo economico fondato su queste concentrazioni

produttive, su questi nodi critici di cui in qualche modo dobbiamo farci carico .

Naturalmente questo dovrebbe fare della cooperazione fra paesi uno strumento sempre

più ricercato e praticato .

Ma è proprio la rivalità geostrategica che anima lo scontro e definisce un mondo

interconnesso che invece e’ sempre meno cooperativo.

Si tratta di un vuoto che bisognerà riempire .

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