
✔Le istituzioni prima delle politiche ovvero senza Federazione europea, welfare, clima e pace restano dichiarazioni senza strumenti.
✔Il nucleo federale d'avanguardia: alcuni Stati condividano subito sovranità, accettando il rischio dichiarato di frammentazione.
✔Camaldoli come metodo, non modello: si eredita la scrittura collettiva e aperta, non i contenuti del 1943.
Introduzione
Un codice per una nuova Europa è il documento elaborato fra il febbraio e l'agosto del 2025 da un gruppo di oltre centoventi docenti universitari ed esperti che hanno aderito all'invito dell'Associazione Nuova Camaldoli, e pubblicato un volume da Editrice Ave nella collana Minima nel luglio 2026, con la prefazione del cardinale Matteo Maria Zuppi e la postfazione del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Il testo si presenta come una proposta di riflessione e di azione e non un manifesto di principi, il tentativo di indicare come principi già proclamati possano tradursi in istituzioni, politiche e decisioni concrete. La tesi centrale è netta e ricorre come un basso continuo lungo tutti i centoventi paragrafi del documento ovvero l'Europa si trova a un crocevia in cui l'alternativa non è fra più o meno integrazione, ma fra il compimento politico dell'Unione e un suo declino rapido. Il compimento è definito in termini istituzionali precisi e cioè il superamento del voto all'unanimità, l'apertura di una stagione costituente, la costruzione di una autentica Federazione europea e viene presentato non come un fine in sé, ma come la precondizione di tutto il resto poichè senza istituzioni federali, il modello sociale europeo, la transizione ecologica e la vocazione alla pace restano dichiarazioni prive di strumenti. Attorno a questo asse il documento si articola in tre parti. La prima ricostruisce le radici del progetto europeo, le sfide del presente e il senso del richiamo a Camaldoli. La seconda enuncia i fondamenti etici, culturali e istituzionali di una nuova Europa. La terza traduce l'impianto in quattro campi di politiche ovvero contrasto al declino demografico e rafforzamento del modello sociale; economia integrata, sostenibile e inclusiva; tutela dell'ambiente e politiche climatiche; costruzione della pace e sicurezza condivisa. Il richiamo al Codice di Camaldoli del 1943 è consapevolmente non celebrativo. Gli estensori riconoscono che quel documento porta i segni di concezioni datate e che il suo valore simbolico è comprensibile quasi soltanto entro i confini nazionali italiani, in assenza di traduzioni. Ne rivendicano però tre lasciti metodologici e cioè la natura laica e aperta alla cultura del tempo, il carattere collettivo e non individuale della redazione e l'intenzione , rimasta irrealizzata per la penuria di carta del tempo di guerra , di accompagnare il testo con pagine bianche perché ciascun lettore potesse continuarne la scrittura. Il presente rapporto ricostruisce genesi, architettura e contenuti del documento "Un codice per una nuova Europa" ; ne colloca la proposta nel solco storico del testo del 1943 e nel dibattito contemporaneo sulla politica industriale e istituzionale europea; e ne discute in chiusura i punti di forza e le tensioni irrisolte , in primo luogo il nodo, dichiarato ma non sciolto, fra l'urgenza del nucleo federale di avanguardia e il rischio di frammentazione dell'Unione a ventisette.
1.Chi ha scritto il documento
Il volume Un codice per una nuova Europa. Una proposta di riflessione e di azione elaborata dal gruppo di esperti che hanno aderito all'invito dell'Associazione Nuova Camaldoli esce per Editrice Ave nella collana Minima nel luglio 2026. Curatori sono Sebastiano Nerozzi, Paolo Magnolfi e Nicoletta Parisi tutti e tre presenti anche nell'elenco dei redattori del documento originario. La prefazione è del cardinale Matteo Maria Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della Conferenza Episcopale Italiana; la postfazione porta la firma del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Il volume consta di 132 pagine ed è collocato dall'editore nell'area tematica di attualità, cultura, politica e storia. Le due firme che aprono e chiudono il libro non sono un ornamento editoriale perchè segnalano la doppia collocazione che il testo rivendica. Zuppi è all'origine dell'iniziativa, fu infatti sua l'evocazione di una Camaldoli europea raccolta dall'Associazione , nella prolusione al convegno per l'ottantesimo del Codice del luglio 2023 e in un successivo intervento del giugno 2024. Mattarella colloca il documento entro la cornice istituzionale repubblicana, e la sua parola più citata nella presentazione pubblica del testo è l'invito al coraggio di un salto in avanti verso l'unità come condizione della difesa della civiltà europea. L'elenco dei redattori che hanno partecipato al lavoro e approvato il testo conta 121 nomi. È una compagine deliberatamente eterogenea per discipline e per appartenenze si va da economisti come Stefano Zamagni, Leonardo Becchetti, Luigino Bruni, Andrea Boitani, Floriana Cerniglia, Antonio Magliulo, Gilberto Turati; politologi e studiosi delle istituzioni europee come Sergio Fabbrini, Pier Virgilio Dastoli, Fabio Masini, Massimiliano Guderzo; giuristi come Nicoletta Parisi, Dino Rinoldi, Andrea Simoncini, Luigi D'Andrea, Patrizia Giunti; filosofi e teologi come Antonio Maria Baggio, Mauro Ceruti, Giovanni Grandi, Benedetta Giovanola, Luca Grion, insieme a religiosi di diversi ordini e a dirigenti di associazioni e movimenti; demografi e sociologi come Alessandro Rosina, Mauro Magatti, Elena Granata; il diplomatico Pasquale Ferrara; storici come Francesco Bonini, Ernesto Preziosi, Tiziano Torresi, Luigi Giorgi. Accanto ai singoli, hanno aderito al percorso quattordici fra associazioni e movimenti in particolare le Associazioni Cristiane Lavoratori Italiani, Argomenti 2000, l'Azione Cattolica Italiana, il Centro Internazionale Studenti Giorgio La Pira, la Fondazione Achille Grandi, la Fondazione Giorgio La Pira, l'Istituto Luigi Sturzo, il Movimento Ecclesiale di Impegno Culturale, il Movimento Europeo, il Movimento Federalista Europeo, il Movimento dei Focolari Italia, il Movimento Insieme per l'Europa, il Movimento Politico per l'Unità e l'Opera Villaggi per la Gioventù Giorgio La Pira. La presenza congiunta di sigle ecclesiali e di organizzazioni federaliste laiche è il tratto distintivo del progetto , il Movimento Federalista Europeo, che ha partecipato fin dall'avvio nel 2024, ha letto il testo come uno strumento di dialogo con il mondo cattolico nel quadro della campagna per gli Stati Uniti d'Europa.
2 Il metodo di lavoro
Il documento dichiara con inconsueta trasparenza la propria procedura, e questa dichiarazione è parte del suo contenuto. Il percorso è partito da un questionario aperto online nel febbraio 2025 e da un primo incontro plenario il 5 aprile 2025. Un ristretto gruppo di redattori ha quindi formulato una prima bozza articolata in dieci sezioni. Dopo una seconda plenaria, il 14 giugno 2025, la bozza è stata affidata a dieci gruppi di lavoro, uno per sezione, composti secondo le preferenze espresse dai partecipanti e guidati da un facilitatore con metodo comune. Ogni sezione è stata redatta da alcuni redattori scelti dal gruppo stesso, con l'obiettivo di riflettere le osservazioni emerse e gli emendamenti proposti in apposita scheda; al termine, ciascuna sezione è stata posta in votazione e approvata a larga maggioranza. L'insieme dei testi è stato infine sottoposto per via telematica a tutti i partecipanti entro il 31 agosto 2025. Due dettagli meritano attenzione. Il primo è che gli emendamenti e i suggerimenti non incorporati nel testo approvato non sono stati scartati, ma trascritti dai facilitatori e raccolti in un documento separato, dichiaratamente disponibile per una riflessione ulteriore. Il secondo rivela la finalità specifica del testo considerato come un percorso che ci si augura possa aprirsi a una partecipazione ancora più ampia. La forma del documento , numerata paragrafo per paragrafo, come il Codice del 1943 è insieme un omaggio e una dichiarazione di apertura perchè un testo articolato per enunciati è un testo che si può emendare per enunciati.
3 L'eredità del 1943 che cosa fu il Codice di Camaldoli
Nel luglio del 1943 un gruppo di intellettuali cattolici si riunì nel Cenobio dei Padri Camaldolesi, sull'Appennino casentinese, per una settimana di studio, dal 18 al 24 luglio, nei giorni del bombardamento di Roma e della caduta del regime fascista. L'iniziativa nasceva nell'alveo del Movimento laureati di Azione Cattolica e dell'Istituto Cattolico di Attività Sociale, con l'appoggio ecclesiastico di monsignor Adriano Bernareggi, vescovo di Bergamo e presidente delle Settimane Sociali, e con il sostegno discreto ma decisivo di monsignor Giovanni Battista Montini. Ogni partecipante aveva ricevuto il compito di preparare un contributo scritto sulla propria area di competenza; l'esito immediato della settimana, interrotta anzitempo dal precipitare degli eventi bellici, fu l'approvazione di settantasei enunciati. Il lavoro redazionale vero e proprio si svolse dopo, fra il settembre 1943 e il maggio 1944, in condizioni di semiclandestinità, in un'Italia attraversata dal fronte e con Roma occupata. Il regista indiscusso fu Sergio Paronetto, dirigente dell'Istituto per la Ricostruzione Industriale, esponente dei Laureati cattolici e responsabile della rivista Studium, morto prematuramente nel 1945; con lui Pasquale Saraceno ed Ezio Vanoni. Attorno al nucleo redazionale gravitarono giuristi come Giuseppe Capograssi, Giorgio La Pira e Aldo Moro, e politici emergenti fra cui Giulio Andreotti e Amintore Fanfani. Il testo completo fu stampato nell'aprile 1945 con il titolo Per la comunità cristiana. Principi dell'ordinamento sociale, per i tipi di Studium, nelle pubblicazioni dell'ICAS.
3.1 L'impianto dottrinale ed economico
Il Codice si collocava nella scia dell'enciclica Rerum Novarum di Leone XIII e si proponeva esplicitamente di aggiornare il Codice sociale di Malines, elaborato fra il 1924 e il 1926 dall'Unione Internazionale di Studi Sociali. Gli enunciati erano formulati in termini concisi e corredati di ampi riferimenti ai documenti pontifici, le encicliche sociali, i testi di Pio XI contro i totalitarismi, i radiomessaggi di Pio XII, e alla dottrina tomista, in particolare alla tesi secondo cui, se la proprietà è un diritto naturale della persona, allora è dovere dello Stato garantirne la funzione sociale. Sul terreno economico il Codice combinava personalismo e solidarietà in una figura non lontana dall'economia sociale di mercato di Wilhelm Röpke, esplicitamente richiamato negli appunti di Paronetto. L'economia doveva essere retta dalla libera impresa, dal mercato, dalla divisione del lavoro e dalla concorrenza; ma l'obiettivo della piena occupazione richiedeva una riallocazione di risorse verso il processo produttivo, perché il lavoro era inteso insieme come dovere individuale e come dovere sociale. Da qui l'applicazione del principio di sussidiarietà all'economia e allo Stato spettava creare le condizioni perché la forza lavoro disponibile trovasse impiego adeguato, e promuovere, dove necessario, attività economiche utili al bene comune ma trascurate dall'iniziativa privata con una corrispondente riduzione dell'intervento quando la necessità fosse venuta meno. L'esperienza maturata dai giovani laureati cattolici all'interno dell'IRI fu determinante per questa impostazione. L'Istituto, nato nel 1933 in risposta alla crisi bancaria, aveva assunto il controllo dei principali istituti di credito e, per il loro tramite, di imprese decisive nella meccanica, nella siderurgia, nella cantieristica, nella difesa e nell'elettromeccanica. La cosiddetta formula IRI , operare sul mercato con le stesse regole e gli stessi strumenti degli operatori privati, mantenere la struttura societaria delle imprese partecipate per poterle riprivatizzare, non concedere monopoli che non fossero già esistenti in gestione privata , fu una delle intuizioni tecnocratiche più feconde del Novecento europeo, imitata nel Regno Unito, in Francia, in Svezia e nella Germania federale.
3.2 Dal Codice alla Carta
La questione più studiata dalla storiografia riguarda il rapporto fra il Codice e la Costituzione repubblicana. La ricerca più recente invita alla cautela poichè il Codice non fu un progetto costituzionale, e i suoi stessi protagonisti sottolinearono che la prospettiva in cui il testo intendeva collocarsi non era direttamente politica, né tantomeno partitica. Ciò che si può documentare è un passaggio di persone e di idee e molti dei costituenti ,La Pira, Moro, Andreotti, Gonella, Taviani, Vanoni furono assidui frequentatori degli ambienti che ruotavano attorno a casa Paronetto in via Reno a Roma, e nei loro interventi in Assemblea si ritrovano temi camaldolesi. La relazione di Giorgio La Pira alla prima Sottocommissione sui principi relativi ai rapporti civili è il documento più significativo di questa filiazione indiretta in essa trovano spazio la centralità della persona e della sua dignità contro lo Stato totalitario, la necessità di completare il catalogo dei diritti di libertà con i diritti sociali perché senza la loro effettività l'indipendenza della persona non è garantita e l'estensione della titolarità dei diritti alle formazioni sociali. Vale però anche il rilievo opposto ovvero alla Costituente il punto di vista cattolico dovette farsi sintesi con posizioni culturalmente e ideologicamente diverse, e proprio in questa mediazione , non nella semplice trasposizione di un testo , sta il carattere della Carta.
Il nuovo Codice mostra di conoscere bene questa complessità e la fa propria in un passaggio che vale come chiave di lettura dell'intera operazione lì dove afferma che « il richiamo alla Camaldoli Europea non deve indurre a semplicistiche equazioni ». Il documento del 1943 svolse un ruolo in un contesto storico determinato e conserva intuizioni valide sul piano sociale ed economico; ma non è un modello da replicare. Ciò che viene ripreso è il metodo ovvero laicità, collegialità, apertura non il contenuto.
4 Architettura e metodo del Nuovo Codice
Il documento è composto da una Sintesi in dieci punti, siglati con numeri romani, e da un corpo di centoventi paragrafi numerati progressivamente, distribuiti in tre parti e dieci sezioni. La Parte I dal titolo L'Unione Europea e le sfide del presente comprende le radici del progetto (paragrafi 1-4), le sfide del presente (5-9) e il senso di una Camaldoli europea (10-17). La Parte II Principi e fondamenti per una nuova Europa raccoglie il progetto eticamente fondato (18-27), la riscoperta delle comuni radici culturali (28-39) e il compimento delle istituzioni democratiche dell'Unione (40-48). La Parte III Politiche per un'Europa equa, sostenibile e pacifica sviluppa il contrasto al declino demografico e il rafforzamento del modello sociale (49-63), l'economia integrata, sostenibile e inclusiva (64-81), la tutela dell'ambiente e le politiche climatiche (82-99) e la costruzione della pace con la condivisione della sicurezza (100-120). Chiude un apparato di trentasei note. La scelta della numerazione per enunciati ha conseguenze precise sul modo in cui il testo si lascia leggere e usare. Rende possibile il rinvio interno il documento infatti rimanda esplicitamente da una sezione all'altra, per esempio dai paragrafi sulla difesa a quelli sull'economia e sull'energia e costruisce un tessuto argomentativo in cui la parte sulle politiche dipende visibilmente dalla parte sulle istituzioni. Rende inoltre il testo emendabile perchè una proposta di modifica può essere riferita a un numero, discussa e votata, esattamente come è accaduto nella fase redazionale. L'apparato di note è più ricco di quanto la brevità del testo lasci supporre e rivela la doppia matrice del documento. Accanto ai riferimenti magisteriali come la Fratelli tutti sulla fraternità, l'esortazione di Giovanni Paolo II a Santiago de Compostela, la lettera di Francesco alla COMECE compaiono fonti statistiche e istituzionali europee ovvero Eurostat sulla struttura demografica, la Banca Centrale Europea, i rapporti Draghi e Letta, il Green Deal, la normativa sul ripristino della natura, l'Agenzia Europea per l'Ambiente, l'IPCC, l'Organizzazione Meteorologica Mondiale. La nota sul personalismo, che accosta la libertà come vocazione, incarnazione e comunione di Emmanuel Mounier alle tre libertà di John Stuart Mill, Isaiah Berlin e Amartya Sen immunità, autonomia, capacitazione è il segno più esplicito della volontà di tenere insieme la matrice cristiana e la tradizione liberale.
5. L'Europa ad un crocevia - il ritardo accumulato -
La diagnosi del documento è severa e priva di attenuanti retoriche. L'Unione ha accumulato negli ultimi anni un ritardo crescente sul piano culturale, industriale e tecnologico rispetto ad altre aree del globo, e ha perso autorevolezza in un quadro internazionale sempre più frammentato e conflittuale. Stretta fra le proprie debolezze interne e i condizionamenti esterni, resta incapace di parlare con una voce sola. A ottant'anni dalla fine del conflitto mondiale e a oltre trenta dalla caduta del muro di Berlino, il contesto mondiale è profondamente mutato dal Sud globale e da attori che non furono protagonisti nella costruzione dell'ordine postbellico si levano istanze di riforma delle regole, mentre l'egemonia euro-atlantica non è più il baricentro riconosciuto dell'ordine internazionale. A questa debolezza esterna corrisponde una fragilità interna di natura culturale. Il documento la nomina come oblio e cioè l'oblio delle ragioni e delle radici dell'unità fra gli europei finisce per esaltare la dimensione conflittuale, sempre presente nella storia del continente, lasciando campo libero alle energie più divisive. Scossa da crisi che hanno frustrato aspettative e alimentato paure, l'Europa si confronta con il risorgere di movimenti populisti, sovranisti e in alcuni casi neonazisti, che negano la legittimità delle sue politiche e delle sue istituzioni diffondendo linguaggi e comportamenti violenti, antidemocratici e discriminatori senza che sia disponibile una narrazione positiva altrettanto efficace e radicata.
6. I principi di un progetto eticamente fondato
Il cuore normativo del documento è nella seconda parte, dove sette gruppi di principi vengono enunciati come attualizzazione dei valori già contenuti nella Carta dei diritti fondamentali e nel Trattato di Lisbona. La formula usata è significativa: quei valori « richiedono di essere rinnovati, approfonditi e, soprattutto, attuati ». Non si propone un nuovo catalogo, ma si contesta la loro effettività.
1) Libertà, fraternità, uguaglianza,la libertà radicata nel riconoscimento della dignità e dell'inviolabilità dei diritti di ogni persona; la fraternità come appartenenza a una comune comunità di destino, materiale, culturale,morale e relazionale; l'uguaglianza di opportunità secondo un principio di non discriminazione per condizione economica, etnia, lingua, età o genere.
2)Democrazia liberale e Stato di diritto,difesa del modello rappresentativo, deliberativo e partecipativo; tutela delle minoranze, separazione dei poteri, pluralità dei controlli democratici, libertà di associazione e di stampa, accesso alla giustizia.
3) Solidarietà, sussidiarietà, partecipazione, una solidarietà capace di generare e condividere, in una prospettiva di sussidiarietà verticale, orizzontale e circolare, a partire dagli ultimi; istituzioni multilivello che rispettino l'autonomia locale.
4) Bene comune e giustizia sociale , un modello di economia civile, relazionale e sociale di mercato, che valorizzi il lavoro umano e ne tuteli la dignità, orientando il mercato verso il bene comune.
5) Sviluppo sostenibile ed ecologia integrale ,un modello che coniughi progresso economico, inclusione sociale, transizione digitale, tutela dell'ambiente e giustizia intergenerazionale.
6) Identità culturale e umanesimo europeo, riconoscimento delle radici classiche e cristiane e valorizzazione degli apporti di tutte le culture, secondo il principio « unita nella diversità ».
7) Pace e nonviolenza ,difesa comune europea non armata, prioritaria rispetto a quella militare, fondata su nonviolenza, protezione civile, diplomazia preventiva e sicurezza umana.
La sostituzione della fraternità alla parola rivoluzionaria francese non è casuale poichè il documento colloca la fraternità come il principio che tiene insieme libertà e uguaglianza, e ne fa l'elemento caratterizzante dell'Unione. È la traduzione politica di un'antropologia relazionale che percorre l'intero testo e che trova la sua formulazione più densa nella sezione demografica dove si rende evidente che l'Europa ha bisogno non solo di più figli, ma di più fiducia nella vita, perché la natalità non è una questione privata ma un indicatore del grado di speranza collettiva che una società sa generare.
7.Le radici culturali e la politica della cultura
La sezione dedicata alle radici culturali è la più originale rispetto al canone dei documenti europeisti, e definisce l'Europa non come territorio ma come civiltà ovvero « un poliedro fatto di lingue, religioni, saperi, letterature, arti, culture popolari », sviluppatosi grazie alle specificità dei luoghi e delle comunità locali e alla loro continua relazione reciproca. La figura del poliedro che nel linguaggio di Francesco si oppone a quella della sfera, dove ogni punto è equidistante dal centro e le differenze si annullano porta con sé una conseguenza operativa ovvero il riconoscimento delle culture e la loro protezione contro ogni tentativo di omologazione dovrebbero essere un principio cardine della nuova Europa.
Il documento aggiunge un rilievo che ne evita la deriva identitaria affermando che le specificità culturali sono esse stesse frutto di interscambi continui, talvolta conflittuali, fra popoli e tradizioni diverse; il patrimonio intellettuale europeo va reinterpretato come un complesso di risorse in reciproca fecondazione. Fra una cultura e l'altra c'è sempre uno scarto, che separa ma può anche trattenere in relazione. È una posizione che disinnesca l'uso escludente delle radici poichè le radici sono relazioni, non confini.
7.1 Il ruolo delle religioni e della laicità
Il passaggio sulle religioni è fra i più netti del testo. Non si può comprendere la storia europea prescindendo dalle tre grandi tradizioni monoteistiche cristiana, ebraica e islamica e dall'apporto della cultura classica ripresa dall'Umanesimo. Escludere i riferimenti alle diverse tradizioni religiose dai programmi e dalle esperienze scolastiche, per un senso di rispetto o di pretesa equidistanza, non giova né alla conoscenza delle culture né alla laicità delle istituzioni perchè una società multietnica e multiculturale ha bisogno di una conoscenza condivisa delle principali tradizioni religiose. Lo spazio pubblico, nella sua laicità, viene inteso come luogo di incontro aperto, in cui si cerchi di superare ogni discriminazione piuttosto che negare le dimensioni religiose. La condizione posta è chiara e cioè le religioni possono essere un potente alleato della convivenza pacifica se ben intese e depurate da forme di radicalismo identitario.
7.2 Città, scuola, mobilità
Sul piano operativo la sezione avanza tre indicazioni. La prima riguarda le città e in questo senso l'Unione andrebbe ripensata a partire dalla rete delle città, in quanto spazi di socialità, innovazione e creatività e portatrici delle istanze delle comunità locali. La seconda riguarda il Mediterraneo e il vicino Oriente, con l'invito a riprendere le fila di una storia di culture e di fedi che lega il continente alle sponde meridionali e orientali, superata ogni residua forma di eurocentrismo. La terza riguarda l'istruzione ovvero investire sulla scuola con modelli formativi inclusivi e percorsi di educazione civica europea, potenziare il servizio civile europeo e i programmi di formazione linguistica, culturale e professionale sulla scia degli scambi scientifico-culturali, proseguire la costruzione dello Spazio europeo dell'istruzione superiore avviata con il processo di Bologna e la convenzione di Lisbona.
8. Dall'Unione ibrida alla Federazione
La questione istituzionale è la sezione decisiva, quella da cui dipende la praticabilità di tutto il resto. Il sistema di governo democratico dell'Unione è giudicato inadeguato alle sfide del presente infatti il carattere ibrido delle istituzioni ne indebolisce ruolo e azione e gli equilibri interistituzionali, pur democraticamente legittimati, rendono complessi i procedimenti decisionali. L'inadeguatezza si è aggravata negli ultimi anni, con l'erosione del metodo comunitario a favore di quello intergovernativo e la crescente centralità dei due Consigli. Il requisito dell'unanimità in materie rilevanti, unito all'ampliamento del numero degli Stati membri ,processo di per sé valutato positivamente, rallenta le decisioni e impedisce risposte rapide. Il documento non è unilaterale nella critica in quanto riconosce che la capacità di governo dell'Unione si è manifestata efficacemente durante la crisi pandemica, a conferma che Parlamento e Commissione, se valorizzati, possono svolgere un ruolo prezioso; e ricorda le politiche monetarie della BCE nella presidenza Draghi e il piano Next Generation EU come prova che vincoli rigidi, tabù ed errori del passato possono essere superati. Individua però anche una responsabilità politica precisa che consiste nella priorità data all'integrazione dei mercati rispetto a quella politica e sociale, insieme a non poche infelici scelte di politica economica durante la crisi finanziaria del 2008-2012, che hanno alimentato il consenso ai movimenti sovranisti.
8.1L'orizzonte federale
L'orizzonte dichiarato è la costruzione di un'autentica Federazione europea, costituita da tutti i Paesi che attualmente fanno parte dell'Unione e aperta a ulteriori allargamenti, preceduta dall'apertura di una stagione costituente. Il documento si preoccupa di prevenire l'obiezione tecnocratica per cui le nuove istituzioni federali, lungi dal rappresentare un potere lontano dai cittadini, garantirebbero la rappresentanza tanto degli Stati membri ,integrandone le sovranità e tutelandone l'identità ,quanto dei cittadini, attraverso una loro più diretta partecipazione ai processi decisionali. La struttura proposta è una federazione flessibile, articolata su più livelli di governo, con bilanciamento fra competenze centralizzate e autonomie nazionali e locali e valorizzazione degli strumenti di democrazia diretta e partecipativa. Due elementi completano il disegno. Il primo è la creazione di partiti autenticamente europei e il rafforzamento delle politiche di coesione e del pilastro sociale, come condizione per dare corpo alla cittadinanza europea. Il secondo è il riconoscimento di un contributo essenziale all'infrastruttura democratica ai sindacati, alle associazioni e ai corpi intermedi, che con la loro libertà esprimono la vitalità della società civile, il demos europeo ovvero un'altra faccia del principio di sussidiarietà, per cui i mondi vitali partecipano alla solidità stessa della democrazia.
8.2 Le tre strade, e la scelta
La parte più concreta della sezione è la valutazione comparata delle vie percorribili. La prima, la via maestra in astratto, è la riforma dei Trattati secondo la procedura dell'articolo 48 del Trattato sull'Unione Europea, nella direzione indicata dal progetto approvato dal Parlamento europeo nel novembre 2023 sulla spinta della Conferenza sul Futuro dell'Europa ovvero rafforzamento delle competenze del Parlamento, attribuzione alla Commissione dei compiti di un vero esecutivo, superamento sistematico dell'unanimità in Consiglio, rafforzamento dei poteri sanzionatori della Corte di giustizia. Oggi la revisione dei Trattati non è percorribile per assenza di volontà dei Governi nazionali.
La seconda strada consiste nell'usare tutti i margini offerti dai Trattati vigenti e cioè clausole passerella, cooperazione rafforzata, cooperazione strutturata permanente, che consentono in certe materie di snellire i processi decisionali applicando la regola di maggioranza. Il documento ne riconosce l'utilità e insiste sul superamento dell'unanimità e sulla definizione di tempi certi per le decisioni del Consiglio come passaggio strategico non più rinviabile; ma ne segnala il limite strutturale nel fatto che questi meccanismi possono risultare inapplicabili proprio nelle materie di rilevanza strategica e non consentono quindi una riforma effettiva dell'Unione.
La terza strada ,quella che il documento indica come concretamente percorribile ,è la decisione di alcuni Stati membri di condividere fin da subito prerogative sovrane in materie cruciali come politica estera e di difesa, politica industriale, fiscalità, salute, sicurezza, con strumenti e risorse condivise per armonizzare anche le politiche sociali e migratorie. Non si tratterebbe di dividere l'Unione, ma di creare un nucleo più forte di integrazione su base federale, capace di orientare il processo per l'intero continente. Il testo non nasconde i rischi di questa opzione, e li evidenzia nel problema di coordinare la nuova sintesi politica con l'Unione esistente; nell'accelerazione possibile dei processi di frammentazione; nella creazione di un'Europa a più velocità con potenziali conflitti fra Paesi aderenti e non aderenti. La conclusione è una scommessa esplicita accettando che questo è un rischio da affrontare, poiché non resta molto tempo. A sostegno vengono richiamati precedenti storici di cooperazione differenziata poi allargatasi , l'ampliamento della CEE dal 1973, l'euro, la Procura europea con i suoi ventiquattro Stati partecipanti e un episodio poco ricordato come la decisione del 10 settembre 1952 con cui i governi dei sei Stati della CECA anticiparono l'applicazione dell'articolo 38 del Trattato CED, convocando l'Assemblea parlamentare in assemblea costituente di una Comunità politica europea, che redasse un progetto di costituzione federale in centodiciassette articoli poi dimenticato. Il ruolo di De Gasperi in quel passaggio è richiamato come precedente e come legittimazione.
9. Demografia , migrazioni e modello sociale
La sezione si apre con dati che il documento assume come vincolo strutturale. Il tasso di dipendenza fra popolazione over 65 e popolazione in età da lavoro è passato dal 27 per cento del 2013 al 34 per cento del 2025 ed è previsto superare il 55 per cento nel 2060. Il tasso di fecondità ha raggiunto quota 1,5 figli per donna, contro il 2,1 necessario per mantenere la popolazione in equilibrio. Di conseguenza la popolazione europea scenderà dai 450 milioni attuali a circa 440 milioni nel 2060, mentre la popolazione in età da lavoro si ridurrà di due milioni di persone ogni anno. La lettura che il documento offre di questi numeri è la sua tesi antropologica più caratteristica ovvero ogni politica di contrasto alla denatalità dovrebbe nascere da una visione integrale, perché l'Europa ha bisogno non solo di più figli ma di più fiducia nella vita. Ne discende un'indicazione operativa che va oltre la leva monetaria e cioè le imprese sono spazi quotidiani di relazione e identità e possono diventare laboratori culturali dove si forma un nuovo linguaggio sul tempo, sulla cura e sulla genitorialità; il contrasto alla denatalità richiede di ripensare il modo in cui, culturalmente e socialmente, viene vissuta la maternità, perché nessuna donna sia costretta a scegliere fra realizzazione personale e maternità.
9.1Le disuguaglianze
Il documento registra un paradosso e cioè pur dotata dei sistemi di welfare fra i più sviluppati al mondo, l'Europa vede crescere le disuguaglianze e bloccarsi la mobilità sociale che aveva retto il patto sociale del dopoguerra. Il 10 per cento più ricco della popolazione europea detiene circa il 60 per cento della ricchezza totale, il 50 per cento più povero meno del 5 per cento; in diversi Paesi, fra cui l'Italia, il rapporto fra il reddito medio del quinto più ricco e quello del quinto più povero supera il valore 6, contro una media europea di 5,1. Nel 2024 circa 96 milioni di persone risultavano a rischio di povertà ed esclusione sociale, pari al 24 per cento della popolazione dell'Unione.
L'accento cade sul carattere ereditario della disuguaglianza infatti la posizione economica dei genitori determina sempre più quella dei figli, e i giovani provenienti da famiglie agiate partono avvantaggiati per reti sociali, capitale culturale e accesso alle opportunità di lavoro. Da qui la richiesta di politiche di redistribuzione fiscale, di accesso equo all'istruzione e alla casa, e dopo quasi mezzo secolo di erosione dei redditi da lavoro a favore di quelli da capitale , di un modello di sviluppo fondato su una combinazione virtuosa di retribuzioni adeguate, crescita della domanda interna, aumento della produttività e innovazione su scala europea.
9.2 Le proposte
Le misure indicate sono puntuali. Uno standard familiare europeo, con criteri correttivi regionali su base NUTS2 calibrati sul costo della vita, che fissi un reddito minimo familiare al di sotto del quale attivare misure perequative in servizi e sussidi integrativi dei redditi da lavoro, così da evitare il disincentivo all'occupazione e le trappole della povertà. Un Fondo europeo per la parità di genere e le politiche familiari. Politiche abitative fondate sulla riqualificazione e sul principio del consumo di suolo zero, con fondi di garanzia per housing sociale e accesso al credito immobiliare anche per lavoratori precari e a basso reddito. Un fondo europeo per l'occupazione giovanile a sostegno delle politiche attive del lavoro. La configurazione della formazione permanente come vero e proprio diritto soggettivo del lavoratore.
Sul lavoro di cura il testo assume una posizione che merita di essere segnalata e dunque la cura è un valore etico universale che compete a ogni cittadino, non una delega alle istituzioni né una funzione da affidare interamente a figure professionali. Le imprese dovrebbero riconoscerla come parte integrante del capitale umano e valorizzarla come competenza manageriale e relazionale, superando la logica del tempo sottratto , per riconoscere il lavoro di cura come tempo generativo. Analogamente, sul versante opposto del ciclo di vita, il documento contesta l'idea che il pensionamento anticipato dei più anziani si traduca automaticamente in maggiori opportunità per i giovani, e propone una maggiore libertà nella scelta dei tempi di pensionamento in sinergia con il ricambio generazionale.
9.3 Le migrazioni
La posizione sulle migrazioni è fra le più esplicite del documento e ne costituisce uno degli assi più politicamente esposti. I flussi migratori hanno consentito di rinviare il declino demografico e di contenere l'invecchiamento poichè gli stranieri extra-UE rappresentano circa il 6,5 per cento della popolazione dell'Unione e danno un contributo essenziale agli equilibri economici, finanziari e sociali. La gestione inadeguata dei flussi e la carenza di politiche di integrazione generano invece sacche di povertà e insicurezza, particolarmente gravi nelle periferie urbane, alimentando la xenofobia e limitando i benefici che l'immigrazione potrebbe portare a tutti i gruppi sociali. Le politiche migratorie, si legge, devono mettere da parte un approccio ideologico e repressivo per essere parte integrante di un progetto di rilancio dell'Europa sul piano economico, demografico e culturale. Il documento richiama la complementarità diffusa fra lavoro migrante e lavoro autoctono, chiede canali regolari e stabili con processi trasparenti e politiche di accompagnamento, e sollecita il completamento e l'attuazione del quadro europeo per la gestione dei flussi, le procedure di asilo e il coordinamento dell'accoglienza dei rifugiati. Due sezioni meno prevedibili completano il quadro sociale. La prima riguarda l'intelligenza artificiale, affrontata rifiutando insieme il catastrofismo sulla distruzione dei posti di lavoro e l'ingenuo affidamento alla flessibilità dei mercati mentre la strada indicata è la distinzione, per ciascun lavoratore, fra attività che l'IA può svolgere più efficientemente, attività in cui può potenziare il lavoro umano senza sostituirlo e attività in cui non ha ruolo. La seconda riguarda l'agricoltura e le aree interne queste ultime coprono circa il 60 per cento della superficie dell'Unione e ospitano oltre il 30 per cento della popolazione con la richiesta di una PAC che completi le regole contro la concorrenza sleale nelle filiere, sostenga la transizione agroecologica e non ceda a una rinazionalizzazione mascherata da semplificazione.
10. Un'economia integrata , sostenibile e inclusiva
La sezione economica è la più densa di dati del documento e la più direttamente in dialogo con il dibattito europeo corrente. La crescita economica dipende da due fattori interrelati come il numero degli occupati e la loro produttività e in Europa declinano entrambi sia la forza lavoro per la riduzione e l'invecchiamento della popolazione e sia la produttività per inadeguati investimenti in innovazione e in formazione del capitale umano. Ad aggravare il quadro concorrono una visione restrittiva della contabilità pubblica, politiche fiscali disegnate secondo il paradigma dell'austerità e una governance ancora prevalentemente incentrata sui bilanci nazionali. I dati citati misurano il divario. Dopo la crisi del 2008 il reddito medio europeo è caduto in termini reali da 37.000 a 30.000 dollari nel 2015, recuperando i livelli precedenti solo nel 2021. Il divario di produttività con gli Stati Uniti si è ampliato e se nel 2001 un'ora di lavoro generava circa 65 dollari di PIL sia negli Stati Uniti sia in Europa, nel 2021 l'Europa ne produceva circa 72 contro i 90 statunitensi. L'Unione spende il 2,2 per cento del PIL in ricerca e sviluppo, contro circa il 3,5 di Giappone e Stati Uniti e oltre il 2,5 della Cina. Il valore degli scambi intra-europei è pari al 26 per cento del PIL, contro il 60 per cento del mercato interno statunitense. Il documento aggiunge la constatazione geopolitica che si esplicita nel fatto che sono venute meno alcune condizioni su cui si è basata la crescita degli ultimi decenni come l'apertura dei mercati internazionali in un quadro di regole condivise, la disponibilità di energia a basso costo importata dall'esterno, la sicurezza garantita nel quadro cooperativo della NATO. Il ritorno degli Stati Uniti a politiche di ispirazione protezionistica e l'indebolimento degli organismi multilaterali costituiscono oggi un ostacolo alla crescita europea.
10.1 Le tre barriere
L'analisi si organizza attorno a tre barriere che
impediscono il completamento del mercato unico. La prima è spaziale poichè il
potenziamento delle infrastrutture digitali, energetiche e dei trasporti ferroviarie in primo luogo, consentirebbe maggiore coesione territoriale e un
salto nel grado di integrazione dei mercati. La seconda è giuridica e coincide con l'esistenza di ventisette distinti regimi commerciali e fiscali, i cosiddetti
dazi interni, insieme a una pervasiva burocrazia e alla sovrapposizione fra
legislazione di primo livello e normativa tecnica di secondo e terzo livello.
La terza è finanziaria ed è evidente nel fatto che i risparmi delle famiglie europee ammontano a quasi
1.400 miliardi di euro contro poco più di 800 miliardi negli Stati Uniti, ma
ogni anno circa 300 miliardi di risparmi europei vengono investiti fuori
dall'Unione, prevalentemente negli Stati Uniti, per mancanza di opportunità
interne. Sulla semplificazione il documento pone un limite esplicito
e importante e la better regulation non significa in alcun modo indebolire le
normative sulla responsabilità delle imprese verso lavoratori, ambiente,
comunità locali e catene di fornitura. Occorre semmai applicare i principi di
proporzionalità, adeguatezza e sussidiarietà previsti dall'articolo 5 del
Trattato sul funzionamento dell'Unione, evitando forzate omogeneizzazioni fra
Paesi che conservano specificità che sono ricchezza.
10.2 Le proposte di finanza pubblica europea
Il pacchetto di proposte in tema di finanza pubblica europea è coerente e riconoscibile. In primo piano viene messo in rilievo il potenziamento del bilancio dell'Unione ,fino al 2021 mai superiore all'1 per cento del PIL e giunto al 2 per cento solo con Next Generation EU, contro il 22 per cento del bilancio federale statunitense , attraverso l'aumento delle risorse proprie come IVA, imposte sui profitti delle multinazionali, diritti di inquinamento, altre imposte ambientali, dazi doganali. Il documento smonta preventivamente l'obiezione secondo cui ciò graverebbe sui bilanci nazionali ma al contrario ciò rappresenta l'unica modalità per governare, tramite la condivisione delle sovranità, i beni pubblici europei. Segue la creazione di un safe asset europeo e gli Eurobond sono citati come esempio che ridurrebbe il costo di finanziamento degli investimenti, assorbirebbe una quota maggiore del risparmio europeo e consentirebbe all'euro di affermarsi come moneta di riserva internazionale accanto al dollaro e allo yuan. Si aggiungono l'unione dei mercati dei capitali, l'attuazione della garanzia comune sui depositi, l'adozione di standard fiscali minimi comuni con la messa al bando dei paradisi fiscali interni ed esterni, e l'estensione del mandato della Banca Centrale Europea oltre il solo controllo dell'inflazione verso l'obiettivo della piena occupazione. Un tratto distintivo, e non ovvio in un documento europeista, è la difesa esplicita della biodiversità imprenditoriale e bancaria si afferma infatti che accanto a misure per aumentare dimensione ed efficienza delle imprese, occorre evitare di uniformare tutte le aziende a un unico paradigma. Il testo valorizza le imprese che tutelano gli interessi di tutti gli stakeholder, con richiamo esplicito all'esempio olivettiano, e dunque le imprese benefit, le cooperative, la finanza etica e mutualistica, le banche di territorio e di comunità, il credito cooperativo, i distretti industriali, le reti d'impresa e i consorzi.Vale la pena osservare che questa impostazione ha una genealogia diretta nel testo del 1943. L'idea che allo Stato ,oggi all'Unione , spetti promuovere le attività economiche utili al bene comune ma trascurate dall'iniziativa privata, e che l'intervento pubblico debba operare con gli stessi strumenti e le stesse regole degli operatori di mercato, è la traduzione contemporanea della formula IRI e del principio di sussidiarietà applicato all'economia. Il dibattito attuale sulla politica industriale europea,dai rapporti Draghi e Letta alle proposte di riorganizzazione degli strumenti finanziari dell'Unione , si muove sullo stesso terreno ovvero la constatazione che il mercato da solo non corregge i propri fallimenti né risponde alle sfide geopolitiche.
11. Ambiente , clima e transizione energetica nel paradigma dell'ecologia integrale
La sezione ambientale assume come principio ermeneutico il paradigma dell'ecologia integrale, inteso come criterio di discernimento per rendere l'esistenza dell'umanità compatibile con gli equilibri ambientali e insieme attenta alle esigenze del progresso umano e sociale. Se consideriamo che nel 2024 la media delle temperature globali ha superato di fatto la soglia di 1,5 gradi centigradi e circa il 73 per cento delle emissioni climalteranti è legato al modo in cui produciamo l'energia utilizzata nella mobilità, nella climatizzazione degli edifici, nell'industria, nell'agricoltura e nell'allevamento possiamo ben dire che il quadro fattuale è quello dell'antropocene. Il documento descrive un effetto specificamente europeo ovvero la progressiva creazione di due poli climatici opposti, quello meridionale mediterraneo vero hotspot dei cambiamenti climatici e quello settentrionale nordatlantico, dove l'aumento delle temperature rende più miti i climi freddi. Le condizioni di aridità nordafricana si stanno già diffondendo nei Paesi dell'Europa del Sud, con aumento delle giornate afose e delle notti tropicali e con effetti sulla fertilità dei terreni destinati a spostare verso nord le aree di produzione agricola mediterranea.
11.2 La risposta all'obiezione di irrilevanza
Un passaggio argomentativamente rilevante affronta l'obiezione secondo cui l'impegno europeo sarebbe ininfluente ovvero l'Unione rappresenta il 5,45 per cento della popolazione mondiale e incide sulle emissioni per il 7,1 per cento, mentre la maggior parte delle emissioni resta a carico di Stati che hanno finora rifiutato di impegnarsi nella riduzione. La risposta articola tre ragioni. 1) L'impegno europeo può sostenere e sollecitare su scala globale investimenti e innovazioni tecnologiche; 2) è indispensabile per supportare gli Stati più poveri e le fasce sociali più vulnerabili nelle strategie di mitigazione e adattamento; 3) accresce la credibilità e l'autorevolezza dell'Unione sul piano politico e diplomatico mondiale. Il testo distingue con precisione mitigazione e adattamento e coglie l'asimmetria politica fra le due. La mitigazione riguarda la riduzione delle emissioni; l'adattamento riguarda strategie e misure per minimizzare gli impatti del cambiamento non mitigato o non mitigabile, e coinvolge solo in parte la sfera tecnologica, investendo piuttosto le strategie di insediamento umano, quelle agricole, quelle di protezione dagli estremi climatici. L'adattamento si presta più della mitigazione ai dilemmi dell'azione preventiva: i suoi costi sono spesso costi opportunità, cioè possibilità di sviluppo a cui si rinuncia per prevenire danni futuri, e il beneficio è connesso al non fare o al fare in modo più costoso. Questo pone le politiche di adattamento in posizione di svantaggio strutturale nelle decisioni amministrative ed economiche.
11.3 Il Green Deal sotto pressione
La valutazione del Green Deal è insieme di sostegno e di allarme. Il documento ne riconosce la portata che coincide con la neutralità climatica al 2050 unita all'obiettivo di una società più giusta e prospera, la Strategia sulla biodiversità 2030, la Nuova strategia per le foreste, la Strategia per il suolo, la normativa sul ripristino della natura del 2024 ma segnala che gli orientamenti rischiano di non produrre gli effetti sperati, sia per la difficoltà delle amministrazioni nazionali a recepirne le direttive, sia per contraddizioni regolatorie non risolte in sede europea e rinviate inutilmente agli ordinamenti degli Stati membri. L'allarme è politico e cioè con le esigenze di sicurezza emerse nell'ultimo triennio e l'indebolimento della maggioranza a sostegno della Commissione dopo le elezioni del giugno 2024, crescono le pressioni per ridimensionare gli obiettivi. Lo Strategic Compass del 2022 e ancor più il piano Readiness 2030 rischiano di generare impatti ecologici estremamente negativi. Stanno emergendo, si legge, due visioni parallele, due percorsi tecnologici e due modelli economici all'interno dell'Unione; e il Green Deal rischia di ridursi a un greenwashing istituzionale, perdendo la carica innovativa che sola può portare l'Unione a essere leader mondiale nelle politiche climatiche.
11.4 Le proposte energetiche
Sul versante propositivo il documento invita a un cauto ottimismo fondato sulle curve di costo se si valuta che dal 1970 il prezzo delle celle fotovoltaiche è passato da 100 dollari a meno di 0,2 dollari per watt, e nel 2024 oltre il 90 per cento della nuova capacità energetica installata a livello mondiale riguardava fonti rinnovabili, che sull'intero ciclo di vita emettono fra le 3 e le 5 tonnellate per gigawattora, contro le 440 del gas naturale, le 720 del petrolio e le 970 del carbone. Il ricorso al nucleare è giudicato più discutibile per rischi, impatti, tempi e costi, salvo l'ipotesi di una fusione conseguibile in tempi brevi. Le misure indicate sono cinque. 1) L'efficientamento energetico degli edifici, che generano circa un terzo delle emissioni di gas serra e quasi la metà delle polveri sottili, con piani di incentivi modulati su plafond pluriennali compatibili con la finanza pubblica e con quote riservate all'edilizia popolare , il riferimento critico all'esperienza italiana del 110 per cento è esplicito. 2) Il potenziamento e il prolungamento dei sussidi alle Comunità Energetiche Rinnovabili come strumento tecnicamente efficiente e socialmente sostenibile contro la povertà energetica. 3) L'interruzione dei sussidi ambientalmente dannosi, sostituendo i sussidi proporzionali al consumo di combustibili fossili con sussidi personali calcolati indipendentemente dal consumo, così da indurre l'investimento in tecnologie pulite senza colpire il reddito di settori fragili. 4) Il trasferimento a famiglie e imprese dei benefici della transizione attraverso una riduzione dei costi dell'energia. 5) Il sostegno internazionale a mitigazione e adattamento nei Paesi più poveri, con la proposta di convertire il servizio del debito in fondi di garanzia per investimenti ad alto impatto sociale, secondo l'auspicio giubilare di Papa Francesco. Il documento chiude la sezione con un argomento sanitario che vale come misura del costo dell'inazione e cioè secondo l'Agenzia Europea per l'Ambiente, nel 2022 l'inquinamento atmosferico ha causato circa 357.000 morti premature nell'Unione, con particolato fine, ozono e biossido di azoto quali principali responsabili, e con un impatto significativo sull'insorgenza e sull'aggravamento di numerose malattie croniche.
12. Pace, difesa e ruolo internazionale
Pace, difesa e ruolo internazionale è la sezione più estesa del documento con ventuno paragrafi, dal 100 al 120 e riprende l'idea dell'Unione come progetto di pace, nato per costruire uno spazio comune di riconciliazione, cooperazione e sviluppo dopo la tragica esperienza di due guerre mondiali. L'ispirazione originaria è dichiarata più attuale che mai perchè in un mondo attraversato da nuove minacce e crisi sistemiche, l'Europa è chiamata a riaffermare la propria vocazione promuovendo una politica estera fondata soprattutto sulla prevenzione dei conflitti, la mediazione, la diplomazia, la cooperazione allo sviluppo e la difesa non armata e nonviolenta, oltre che con strumenti di difesa militare oggi, purtroppo, ancora necessari.
Quell'inciso ,purtroppo ancora necessari, è la cerniera dell'intera sezione e ne segnala il registro poichè il documento non è pacifista in senso assoluto né realista in senso puro, ma tenta una posizione articolata in cui la pace è riconosciuta come diritto fondamentale di ogni essere umano, da promuovere e mantenere con tutti i mezzi possibili, tenendo conto delle esigenze della giustizia e della dignità di tutti gli uomini, in sintesi mai nemici ma membri di una stessa comunità di destino. Vi si aggiunge una precisazione che sposta il soggetto affermando che la pace è responsabilità degli uomini e delle donne, non solo degli Stati.
12.1 La ricostruzione storica
Il documento dedica un paragrafo importante per smentire la convinzione che il continente abbia conosciuto ottant'anni di pace ininterrotta. Dopo la mancata approvazione della Comunità Europea di Difesa nel 1954, fortemente voluta da De Gasperi e dagli altri padri fondatori, l'integrazione è proseguita prevalentemente sul piano economico e monetario, senza strumenti per affrontare le crisi né sul piano militare né su quello civile non armato. La guerra, però, non ha mai abbandonato del tutto l'Europa segnata ancora una volta dalle guerre di decolonizzazione che coinvolsero Francia e Portogallo e che riportarono il conflitto in patria attraverso il terrorismo e la leva, dall'imposizione sovietica di regimi totalitari nell'Europa centro-orientale e dalle invasioni di Ungheria nel 1956 e Cecoslovacchia nel 1968 dai dieci anni di guerre seguiti alla dissoluzione della Jugoslavia fra il 1991 e il 2001 dai conflitti in Transnistria, in Cecenia, in Georgia, in Crimea e Donbass per finire al terrorismo di ispirazione jihadista dal 2001 in poi. Nella stessa ricostruzione trova posto un giudizio sul Mediterraneo poichè il fallimento delle primavere arabe e il lungo conflitto siriano hanno segnato il definitivo abbandono del partenariato euro-mediterraneo avviato nel 1995 con gli accordi di Barcellona, e oggi i rapporti fra Paesi europei e Paesi del Mediterraneo si basano per lo più su accordi bilaterali centrati sulla repressione e il controllo dei flussi migratori. Sull'attualità il testo è altrettanto esplicito considerando l'invasione russa dell'Ucraina del 2022 come un pericolo grave e attuale in cui l'Unione ha sostenuto il Paese aggredito con azione diplomatica, beni essenziali, ospitalità a oltre quattro milioni di persone, risorse economiche e armamenti, sperimentando però in modo acuto la propria impreparazione a esprimere posizioni condivise. Quanto al Medio Oriente, il documento parla di una politica sempre più aggressiva di Israele che, reagendo all'attacco del 7 ottobre 2023, sta producendo a Gaza e in Cisgiordania un disastro umanitario senza precedenti nella storia recente, in aperta violazione delle risoluzioni delle Nazioni Unite e dei diritti umani fondamentali.
12.2 Gli strumenti civili
Prima di affrontare la difesa militare, il documento elenca gli strumenti civili che considera prioritari. Anzitutto il potenziamento della capacità diplomatica dell'Unione come strumento di dialogo e mediazione, con mezzi adeguati nel campo dello state building e della riforma degli apparati di sicurezza per intervenire in fase di pre-crisi o di ricostruzione post-crisi. Successivamente gli strumenti di cooperazione economica per specifiche regioni, nel quadro di accordi sostenibili e reciprocamente vantaggiosi; l'istituzione dei Corpi civili di pace europei, la cui missione è creare le condizioni perché gli abitanti delle zone di crisi possano avviare in prima persona processi di rigenerazione sociale, economica e civile del proprio territorio, l'educazione e la formazione alla difesa popolare nonviolenta, rivolta non solo agli studenti ma a tutti i cittadini, l'istituzione di un Commissario europeo per la pace dotato di adeguati strumenti di intervento, proposta avanzata a più riprese da John Hume, europarlamentare e premio Nobel per la pace. La trasformazione dell'attuale Corpo Europeo di Solidarietà in un vero Servizio Civile Europeo, con riconoscimento delle competenze acquisite. La creazione di una protezione civile europea con direzione centrale e sedi operative in ogni Stato membro, per la gestione delle emergenze climatiche e ambientali e delle crisi umanitarie complesse.
12.3 La critica al riarmo nazionale
Il passaggio politicamente più impegnativo riguarda le politiche di riarmo intraprese su base prevalentemente nazionale. Il documento le critica su tre piani distinti. Sul piano dei conti pubblici poichè rischiano un impatto destabilizzante, mettendo in crisi l'equilibrio del modello sociale europeo e riducendo le risorse disponibili per altri investimenti necessari. Sul piano dell'efficienza in quanto la frammentazione produttiva nella difesa genera inefficienze e sovrapposizione di progetti, mentre iniziative comuni consentirebbero sinergie ed economie di scala liberando risorse per infrastrutture e ricerca civile. Sul piano politico perchè la legittimazione di piani di riarmo su base nazionale rischia di assecondare tendenze militaristiche destabilizzanti in alcune nazioni, gettando le basi per futuri conflitti e negando la finalità originaria dell'Unione, nata per eliminare alla radice la possibilità di nuove guerre all'interno del continente. La proposta conclusiva è quella di superare l'idea di una difesa europea come somma di eserciti nazionali, per costruire una base difensiva autenticamente europea, comprendente strumenti militari e non armati. L'autonomia strategica richiede una struttura di difesa unitaria a partire da un esercito pienamente europeo, con comando unitario e integrazione delle forze di intervento, dei sistemi d'arma e delle strategie operative , democraticamente controllato e regolato dal rispetto del diritto internazionale e umanitario. Solo recuperando il disegno di una Comunità Europea di Difesa, argomenta il documento, l'Unione potrà presentarsi come attore centrale nello scenario globale, frenando la corsa al riarmo, inducendo cautela nell'uso della deterrenza e promuovendo accordi di disarmo bilanciato. Il testo accompagna questa proposta con una nuova cultura della difesa che merita attenzione perché ne definisce i limiti interni affermando che le forze armate devono operare sotto controllo democratico e nel pieno rispetto del diritto internazionale, usando la forza solo come extrema ratio, in contesti chiaramente definiti e con modalità proporzionate e trasparenti; a questa cultura appartiene anche il dovere di disobbedire agli ordini disumani o illegali e l'obbligo morale di evitare ogni forma di crudeltà, accanimento o discriminazione, con particolare attenzione alla tutela della popolazione civile. La formulazione conclusiva ribalta l'argomento sicuritario affermando che non sono le armi che garantiscono i nostri diritti, ma è l'esercizio condiviso dei diritti stessi che inserisce l'uso legittimo della forza nel quadro di regole e limiti definiti. Sul ruolo internazionale, infine, il documento chiede all'Unione di disegnare un profilo di leadership condivisa, fondata sulla collaborazione sistematica e aperta con tutti i Paesi impegnandosi a non entrare nella competizione fra i diversi imperialismi in atto, ma a porsi come soggetto autorevole impegnato nella tutela dei diritti fondamentali, nel rinnovamento delle istituzioni multilaterali, nella cura dei beni comuni globali. L'Unione deve continuare a essere presidio del sistema multilaterale fondato sulle Nazioni Unite e a valorizzare lo spirito della Conferenza di Helsinki del 1975. E deve superare il vincolo dell'unanimità in Consiglio per le decisioni di politica estera con il rilievo, coerente con la sezione istituzionale, che nel quadro decisionale attuale ciò richiede comunque che alcuni Paesi intraprendano con coraggio la strada di una maggiore integrazione.
13 Continuità e discontinuità con il Codice del 1943
Il confronto fra i due testi è la chiave di lettura che il documento stesso propone, ed è anche il terreno su cui va misurata la solidità dell'operazione. Le continuità sono tre, e sono dichiarate. La prima è il personalismo. Il Codice del 1943 poneva al centro la dignità della persona contro lo Stato totalitario; il nuovo Codice colloca alla base dell'Unione l'originario riconoscimento della intrinseca e inviolabile dignità, individualità e relazionalità di ogni persona umana. È la stessa antropologia, con una precisazione contemporanea lì dove la relazionalità entra nella definizione stessa della persona, e da essa discendono la fraternità come principio politico e l'ecologia integrale come paradigma di sviluppo.
La seconda è la sussidiarietà applicata all'economia. Nel 1943 il principio giustificava un ruolo attivo dello Stato nel garantire la piena occupazione e nel promuovere attività trascurate dall'iniziativa privata; nel 2025 lo stesso principio, esteso nelle tre direzioni verticale, orizzontale e circolare, giustifica un bilancio europeo dotato di risorse proprie, una politica industriale continentale e la tutela dei beni pubblici europei. Cambia la scala passando dallo Stato nazionale all'Unione non la tematica di fondo.
La terza è il metodo ponendo in evidenza la redazione collettiva, l'apertura alla cultura laica del tempo, l'idea del testo come cantiere. In sintesi il nuovo Codice si mostra consapevole che il valore del testo del 1943 stava non solo nei contenuti ma nella procedura che li generò ovvero una raccolta di idee estesa alle principali componenti del mondo cattolico, che coinvolse circa sessanta fra docenti universitari, teologi ed esperti e replica quella procedura amplificandola, con oltre centoventi redattori, dieci gruppi tematici e un voto finale per sezione. Le discontinuità sono altrettanto significative. La prima è di natura oggettiva poichè il Codice del 1943 riguardava l'ordinamento sociale di un Paese mentre il nuovo riguarda l'architettura costituzionale di un'unione sovranazionale. Il documento stesso rileva che nel testo camaldolese la parola Europa non compare mentre il collegamento con l'orizzonte europeo passò semmai attraverso la Costituzione, che pose le basi per cessioni di sovranità a favore di organizzazioni internazionali. La seconda è di composizione. Nel 1943 il gruppo era interno al mondo cattolico, per quanto aperto alla cultura del tempo; nel 2025 il percorso è stato condotto insieme a organizzazioni laiche e federaliste, e l'esito porta i segni di questa negoziazione evidenziando come il lessico personalista conviva con quello dei rapporti Draghi e Letta, la dottrina sociale con l'analisi delle clausole passerella. È una convergenza che il documento assume come valore e che spiega il suo interesse anche per un lettore non credente. La terza è di posizione storica. Il Codice del 1943 fu scritto nel momento in cui un ordine crollava e un altro doveva essere immaginato la sua forza derivava dal vuoto che si apriva davanti. Il nuovo Codice interviene invece su un ordine esistente, dotato di istituzioni, procedure e resistenze consolidate. Progettare a partire dalle macerie e riformare a partire da un'architettura funzionante sono operazioni diverse; e la difficoltà maggiore del documento l'individuazione di una via praticabile fra riforma dei Trattati impossibile e cooperazioni rafforzate insufficienti , nasce esattamente da questa differenza.
14. Punti di forza, tensioni irrisolte e questioni aperte
Il primo merito del documento è la subordinazione esplicita delle
politiche alle istituzioni. Molti documenti sull'Europa elencano obiettivi
desiderabili senza indicare chi dovrebbe decidere e con quali poteri; qui
l'ordine argomentativo è invertito, e la parte istituzionale è dichiaratamente
la condizione prevalente sulle altre. La formula del Movimento Federalista Europeo coglie
il punto nel senso che il testo mostra che la
precondizione di un'Europa attenta ai temi sociali, portatrice di pace e modello
di economia sostenibile consiste nel passaggio a istituzioni federali. Il secondo merito è la trasparenza del metodo. Un documento
che dichiara come è stato scritto, quanti hanno votato, che fine hanno fatto
gli emendamenti respinti, si espone al controllo e si offre alla continuazione.
In un panorama di manifesti anonimi o firmati da comitati opachi, è una scelta
di sostanza democratica, non di forma. Il terzo merito è la disponibilità a nominare i costi delle
proprie proposte. Il documento riconosce che il percorso federale richiede
molti anni se non decenni; che il nucleo di avanguardia potrebbe accelerare
la frammentazione; che l'adattamento climatico è politicamente svantaggiato
perché il suo beneficio consiste nel non fare; che il taglio dei sussidi
ambientalmente dannosi colpirebbe settori già fragili e va compensato. È un
testo che argomenta contro se stesso, il che ne aumenta la credibilità.
14.1 Le tensioni non risolte
La prima e più rilevante riguarda il nucleo federale di
avanguardia. Il documento la dichiara coordinare la nuova sintesi politica
con l'Unione esistente, evitare conflitti fra aderenti e non aderenti ma la
scioglie con un atto di volontà poichè è un rischio da affrontare perché non resta
molto tempo. La scommessa è che la Federazione, una volta costituita, eserciti
attrazione e induca un allargamento graduale. I precedenti citati l'euro, la
Procura europea sono però cooperazioni settoriali all'interno di un quadro
istituzionale condiviso; una federazione con politica estera, difesa, fiscalità
e politica industriale comuni è un'entità di natura diversa, e il documento non
indica quale sarebbe il rapporto giuridico fra questa entità e le istituzioni
dell'Unione a ventisette. La seconda riguarda l'identificazione dei soggetti politici.
Il documento chiede una stagione costituente, la creazione di partiti
autenticamente europei, la decisione di alcuni Stati di condividere prerogative
sovrane. Ma non indica chi dovrebbe promuovere questi passaggi né attraverso
quale processo politico, se non attraverso un generico appello ai cittadini e
ai corpi intermedi. È il limite fisiologico di un documento elaborato da
esperti e associazioni che descrive l'architettura desiderabile, non le
maggioranze che la costruirebbero. La terza riguarda la difesa. La posizione articolata ,difesa non armata prioritaria, difesa militare ancora purtroppo necessaria,
esercito europeo unitario in luogo del riarmo nazionale è coerente sul piano
dei principi, ma lascia aperta la questione dei tempi. Un esercito europeo
richiede istituzioni federali che lo controllino democraticamente; le
istituzioni federali richiedono anni o decenni; le esigenze di sicurezza sono
immediate. Il documento non indica cosa debba accadere nell'intervallo, se non attraverso
l'invito ad accelerare l'integrazione fra alcuni Paesi che è di nuovo il nodo
del nucleo di avanguardia. La quarta è di natura culturale. Il testo diagnostica
correttamente che l'Unione non è percepita come comunità politica e che manca
un orizzonte capace di appassionare le giovani generazioni; e propone come
rimedio investimenti su scuola, servizio civile, educazione civica europea,
dialogo interculturale. Sono misure sensate, ma la diagnosi indicava una causa
più profonda ovvero l'Europa come spazio regolativo anziché spazio di
partecipazione e a quella causa risponde solo la parte istituzionale. Il rischio
è che la sezione culturale, la più bella del documento sul piano della
scrittura, resti la meno operativa.
14.2 Questioni aperte per il lettore
Il documento pone almeno tre domande che consegna deliberatamente non risolte. Se la revisione dei Trattati è impraticabile per assenza di volontà dei governi, quale evento potrebbe modificare quella volontà, e conviene attenderlo o aggirarlo? Se la difesa comune è insieme necessaria e impossibile senza istituzioni federali, quale sequenza è preferibile costruire prima gli strumenti e poi il controllo democratico, o rinunciare agli strumenti finché il controllo non esiste? E infine un progetto che si richiama a radici classiche e cristiane e insieme rivendica laicità e pluralismo può parlare con la stessa forza a un'opinione pubblica europea in larga parte secolarizzata e culturalmente eterogenea? Il documento risponde con la sua stessa composizione la presenza di firmatari laici, federalisti, sindacali accanto a quelli ecclesiali ma è una risposta di fatto, non di argomento.
15. Conclusioni
Un codice per una nuova Europa è, nella sua forma migliore,
un documento di transizione poichè prende atto che l'ordine internazionale in cui
l'Unione è cresciuta non esiste più e che le condizioni della sua prosperità mercati aperti, energia a basso costo, sicurezza garantita da altri sono
venute meno tutte insieme. Da questa constatazione ricava non un ripiegamento
ma una richiesta di compimento politico, e la argomenta con un livello di
dettaglio istituzionale ed economico raro nella pubblicistica europeista di
ispirazione cristiana. Il valore del testo, per un lettore che voglia usarlo, sta
in tre punti. Come diagnosi, offre una mappa aggiornata e documentata delle
debolezze europee, corredata di dati verificabili e riferita alle fonti
istituzionali del dibattito corrente. Come proposta, individua una gerarchia prima le istituzioni, poi le politiche che ha il pregio di rendere
discutibile ciò che di solito resta implicito. Come metodo, dimostra che un
testo politico complesso può essere scritto collettivamente, votato per sezioni
e reso emendabile, senza ridursi al minimo comune denominatore. Il limite, speculare, è che un documento di questo tipo può
indicare la direzione ma non generare la forza politica per percorrerla. I
promotori ne sono consapevoli e affidano il testo a un processo infatti la richiesta è
che si apra a una partecipazione più ampia, coinvolgendo persone e
organizzazioni che in Italia e in Europa vogliano impegnarsi per il rilancio
del processo di unificazione. Il volume pubblicato da Ave, con le firme di
Zuppi e Mattarella in apertura e in chiusura, è il primo passo di questa diffusione;
l'appello rivolto ai singoli cittadini ne è il secondo. L'immagine che il documento sceglie per definire se stesso
viene, ancora una volta, dal 1943. Gli estensori del Codice di Camaldoli
avevano previsto di alternare al testo alcune pagine bianche, perché ogni
lettore potesse continuarne la scrittura in modo personale; la penuria di carta
del tempo di guerra indusse gli editori a rinunciarvi. Il nuovo Codice riprende
quell'intenzione mancata e la fa propria mostrando un processo avviato e non concluso, un documento aperto a un futuro da scrivere con l'inchiostro della vita. È
una dichiarazione di metodo prima che di contenuto, e forse la parte più
durevole dell'intera operazione.
Fonti : codice-nuova-europa vd.pdf, 9000 camaldoli IT comunita cristiana red.pdf, Margotti+Dal+Codice+alla+Carta+2024.pdf, 2-1.pdf,
Angelo Capriati - Finanza&Servizi Srls
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