Competenze, Ricerca e Alleanze - Il rapporto Met verso il Mimit e la nuova stagione della cooperazione scientifica -
• Una impresa su quattro ha ridotto o rinviato progetti di ricerca per mancanza di competenze.
• Le imprese incentivate mostrano probabilità di fare ricerca superiore di 8,4 punti; nel Mezzogiorno 18,9.
• Dal 2019 al 2025 la quota di imprese che
investono in Ict scende al 14,6%.
Introduzione
Il sistema produttivo italiano entra nell'autunno 2026 con un
paradosso ben visibile, i conti aggregati tengono, mentre i motori profondi
della crescita rallentano. L'indagine biennale della società di analisi Met,
costruita su 28mila interviste e incrociata con il Registro nazionale degli
aiuti di Stato, sarà presentata al ministero delle Imprese e del made in Italy
il 16 ottobre e fotografa una ritirata silenziosa dalla ricerca, dalla
digitalizzazione e dagli investimenti green. Al centro c'è un vincolo di
competenze che blocca i progetti prima ancora che nascano. Sullo sfondo, la
proposta di una ricerca senza confini avanzata da Università di Milano-Bicocca,
Fondazione Bicocca e KAUST indica una direzione complementare cooperazione
scientifica, infrastrutture condivise, formazione di persone capaci di
governare la transizione tecnologica.
Un sistema a due
velocità
Gli indicatori aggregati
dell'industria e dei servizi alla produzione non segnalano emergenza. L'export
tiene, i margini restano stabili, il razionamento bancario si allenta dopo la
stagione di tensione sul credito. È la superficie rassicurante di un quadro
che, letto un livello più in basso, racconta una storia diversa e cioè i driver
microeconomici della crescita, ricerca, innovazione, digitalizzazione,
investimenti green, sono in flessione dal 2021 e potrebbero rivelarsi segnali
anticipatori di una perdita di competitività negli anni a venire. La
distinzione conta perché i due piani hanno orizzonti temporali diversi. La
tenuta delle vendite estere e la stabilità dei margini misurano la capacità di
reggere l'urto nel presente; la quota di imprese che fanno ricerca, che
investono in tecnologie digitali, che rinnovano i processi produttivi misura la
probabilità di essere competitivi tra cinque o dieci anni. Un sistema può
apparire in ordine nei bilanci e stare simultaneamente riducendo la propria
capacità di generare valore futuro. È esattamente la configurazione che emerge
dai dati Met. Il punto delicato è che la flessione non nasce da una crisi di
domanda o da un vincolo finanziario stringente. Nasce, in misura rilevante, da
un fattore di offerta interno alle imprese ovvero la mancanza delle persone
necessarie a progettare ed eseguire attività complesse. Questo spostamento del
collo di bottiglia, dal capitale alle competenze, cambia radicalmente la
natura degli interventi utili, perché un problema di persone non si risolve con
lo stesso strumentario con cui si affronta un problema di liquidità.
Che cosa misura
l'indagine Met
L'indagine biennale di
Met è costruita su un campione di 28mila interviste a imprese dell'industria e
dei servizi alla produzione, con un focus specifico sulle strategie aziendali e
sull'effetto degli incentivi pubblici. La novità metodologica più rilevante è
l'incrocio con le informazioni contenute nel Registro nazionale degli aiuti di
Stato gestito dal Mimit, le dichiarazioni delle imprese sui propri
comportamenti innovativi vengono cioè messe in relazione con l'evidenza
amministrativa di quali agevolazioni hanno effettivamente ricevuto. Questo
doppio binario rende l'esercizio uno dei censimenti più approfonditi
disponibili sulla politica industriale italiana. Consente di passare dalla
descrizione, quante imprese fanno ricerca, alla misurazione comparativa ovvero quanto
più probabile è che un'impresa faccia ricerca se ha ricevuto un incentivo
mirato, rispetto a un'impresa analoga che non lo ha ricevuto o che ha ricevuto
aiuti destinati ad altre finalità. È la domanda dell'addizionalità, la più
difficile e la più decisiva per chi disegna gli strumenti. I risultati, con i
grafici e le tabelle di dettaglio, saranno resi disponibili sul sito di Met in
occasione della presentazione al Mimit. Ciò che segue ricostruisce i passaggi
principali dell'analisi e li mette in dialogo con la proposta di cooperazione
scientifica internazionale avanzata, sulle pagine del Corriere della Sera, da
Giovanna Iannantuoni, Pierre Magistretti e Marco Emilio Orlandi rispettivamente
rettrice dell'Università di Milano-Bicocca, senior vice president di KAUST e
presidente della Fondazione Bicocca.
Il vincolo delle
competenze
Il dato più netto dell'indagine riguarda l'effetto diretto del mismatch sulla spesa privata in ricerca e sviluppo per cui quasi il 21% delle imprese, nell'ultimo anno, ha decurtato la spesa in quest'area di attività per la difficoltà di reperire risorse umane adeguate ai compiti. Non si tratta di un rinvio generico degli investimenti, ma di un taglio motivato dall'impossibilità di trovare le persone che avrebbero dovuto svolgere il lavoro. Allargando la finestra temporale, il quadro si aggrava. Tra il 2023 e il 2025 quasi un'impresa su quattro ha dichiarato di aver realizzato minori attività di ricerca oppure di non aver avviato alcun progetto proprio per mancanza di competenze adeguate. È una quota che trasforma il tema da questione settoriale a vincolo sistemico se consideriamo che un quarto della base produttiva intervistata ha rinunciato, in tutto o in parte, a un'attività che rappresenta la principale leva di differenziazione competitiva. Ancora più significativa è la capacità di reazione. Solo nella metà dei casi il mismatch è stato almeno parzialmente superato ricorrendo alla formazione o all'acquisto di servizi specializzati. Nell'altra metà, dunque, la mancanza di competenze non ha prodotto un aggiustamento ma una rinuncia definitiva. Questo dato misura la profondità del problema meglio di qualunque altro e ci dice che una parte consistente delle imprese non possiede né le risorse né gli strumenti organizzativi per compensare una carenza di capitale umano, e che l'accesso al mercato dei servizi di ricerca e formazione resta molto disomogeneo. Vale la pena notare l'asimmetria tra le due metà. Le imprese che riescono a colmare il divario lo fanno per vie diverse internalizzando la formazione o comprando competenza sul mercato e questa scelta dipende dalla dimensione, dalla struttura organizzativa e dalla prossimità a centri di ricerca e a fornitori qualificati. Dove questi elementi mancano, il progetto muore in fase di valutazione, senza lasciare traccia nei bilanci e senza generare alcuna domanda visibile di competenze e quindi registra un fallimento silenzioso che le statistiche sulla spesa registrano solo come assenza.
La geografia del mismatch
La media nazionale
nasconde divari territoriali molto ampi. In alcuni contesti regionali, Calabria, Sicilia, Campania, Umbria la quota di imprese che dichiarano di
aver ridotto la ricerca o di non aver avviato progetti per mancanza di
competenze raggiunge una su tre. Il salto rispetto al dato aggregato di una su
quattro non è marginale perchè indica che nelle aree già strutturalmente più fragili
il vincolo di capitale umano agisce come un moltiplicatore del ritardo. Il
meccanismo è circolare e ben documentato nella letteratura sui sistemi
regionali di innovazione. Dove la domanda di competenze avanzate da parte delle
imprese è sottile, i giovani formati si spostano verso i territori che quella
domanda esprimono; la riduzione dell'offerta locale di competenze rende ancora
meno probabile che le imprese avviino progetti complessi; la mancanza di
progetti complessi comprime ulteriormente la domanda. Ogni giro del ciclo
allarga la distanza dai territori centrali. La lettura combinata con i dati
sull'efficacia degli incentivi, che vedremo più avanti, produce però
un'indicazione operativa importante. Il Mezzogiorno è al tempo stesso l'area
dove il mismatch morde più forte e quella dove gli aiuti mirati alla ricerca
hanno l'impatto più elevato. Il divario territoriale non è quindi una condanna ma è la misura dello spazio che un intervento ben disegnato può ancora coprire,
purché agisca contemporaneamente sulla domanda di ricerca delle imprese e
sull'offerta di competenze del territorio.
Il fattore management
Accanto alla scarsità di
figure tecniche, l'indagine isola un secondo elemento di freno ovvero la preparazione
del management sui temi della ricerca, dell'innovazione e della
digitalizzazione. È un fattore che finisce per penalizzare le imprese in modo
meno visibile ma più pervasivo, perché non riguarda l'esecuzione dei progetti
bensì la loro concezione. Un gruppo dirigente che non padroneggia il linguaggio
della tecnologia tende a valutare l'investimento innovativo con gli stessi
criteri di un investimento in capacità produttiva, ritorno atteso di breve
periodo, rischio contenuto, perimetro noto. Applicati alla ricerca, questi
criteri portano sistematicamente a scartare i progetti con profilo di
rendimento incerto e differito, cioè quelli che generano il vantaggio
competitivo più durevole. Il risultato è un portafoglio di investimenti
prudente che appare razionale bilancio per bilancio e si rivela impoverente nel
decennio. La carenza manageriale spiega anche perché una quota rilevante di
imprese non riesca a utilizzare le vie d'uscita disponibili. Costruire una
collaborazione con un'università, selezionare un fornitore di servizi di
ricerca, progettare un piano di formazione tecnica sono attività che richiedono
competenza specifica per essere impostate. Chi non la possiede non arriva
nemmeno a considerarle come opzioni, e questo chiude il cerchio con il dato
precedente ovvero la metà delle imprese che non supera il mismatch non lo supera
anche perché non ha, al vertice, chi sappia come farlo.
La ritirata dalla
ricerca privata
L'effetto cumulato di
questi fattori è un calo evidente della quota di imprese private che effettuano
attività di ricerca e sviluppo, dal 15% circa del 2019 all'11% rilevato
nell'ultima indagine. Sono quattro punti percentuali in sei anni, cioè poco
meno di un terzo della platea di imprese che facevano ricerca alla vigilia
della pandemia. Il dato non misura la spesa complessiva, che resta concentrata
in un nucleo di imprese strutturate, ma l'ampiezza della base ovvero quante aziende,
nel sistema, considerano la ricerca parte della propria attività ordinaria. È
una distinzione decisiva. Una spesa aggregata stabile sostenuta da un numero
decrescente di soggetti descrive un sistema che si concentra, non che si
rafforza. Significa che si assottiglia il tessuto intermedio di imprese in
grado di assorbire conoscenza prodotta altrove, di collaborare con centri di
ricerca, di fare da ponte tra la frontiera tecnologica e la manifattura
diffusa. È precisamente il tessuto su cui si fonda la capacità italiana di
trasformare tecnologia in prodotto.
Il grafico mette in fila
le tre traiettorie e ne mostra la differenza di segno. Ricerca e sviluppo e
investimenti in tecnologie dell'informazione arretrano in modo marcato; la
spesa in tecnologie 4.0 resta quasi ferma. Sono dinamiche che vanno lette insieme,
perché descrivono tre modi diversi di rapportarsi al cambiamento tecnologico, generare conoscenza nuova, dotarsi dell'infrastruttura digitale per usarla,
aggiornare i macchinari di produzione.
La tabella quantifica lo
scarto. Il fronte che cede con maggiore intensità è quello digitale, con quasi
sette punti percentuali persi in sei anni, seguito dalla ricerca. La tenuta
delle tecnologie 4.0 è l'unica nota di stabilità e merita una spiegazione, che
il paragrafo successivo prova a dare.
Digitalizzazione: due traiettorie divergenti
La flessione delle
imprese con investimenti specifici in information and communication technology
- dal 21,5% del 2019 al 14,6% del 2025 - è il movimento più ampio registrato
dall'indagine. Colpisce perché contraddice la narrazione prevalente di un decennio
di accelerazione digitale e perché riguarda la componente più trasversale della
modernizzazione: software, sistemi informativi, gestione dei dati, sicurezza,
connettività. La sostanziale stabilità della spesa in tecnologie 4.0, passata
dall'11% al 10,6%, indica invece una direzione diversa. Gli investimenti in
macchinari interconnessi, automazione e strumentazione avanzata hanno
conservato la loro platea, probabilmente perché sono più facilmente
riconducibili a un bene fisico, a un incremento misurabile di capacità
produttiva e a strumenti agevolativi di larga diffusione e applicazione quasi
automatica. È una spesa che l'impresa sa valutare con i propri criteri
tradizionali. La divaricazione tra le due traiettorie racconta quindi una
preferenza di sistema: il sistema produttivo continua a comprare macchine, ma
compra meno la capacità organizzativa e informativa di sfruttarle. È una
combinazione rischiosa, perché il rendimento delle tecnologie 4.0 dipende in
misura decisiva dall'infrastruttura digitale e dalle competenze analitiche che
le circondano. Automatizzare senza la capacità di leggere e usare i dati
generati significa pagare per un potenziale che resta in larga parte
inutilizzato, e chiude il cerchio con il vincolo di competenze: manca chi
saprebbe estrarre valore dalla dotazione tecnica già installata.
Incentivi e addizionalità: l'evidenza del Registro
La frenata dei driver microeconomici è stata in parte attutita dalla leva delle politiche industriali, e l'incrocio con il Registro nazionale degli aiuti di Stato permette di dire quanto. Le imprese beneficiarie di incentivi specifici hanno una probabilità di effettuare ricerca e sviluppo superiore, in media, di 8,4 punti a livello nazionale rispetto alle imprese non beneficiarie. L'effetto è più contenuto se si considera la probabilità di innovare, dove il differenziale si attesta a 5,8 punti. Il risultato più rilevante per il disegno delle politiche riguarda però il confronto con una terza categoria ovvero le aziende che ricevono incentivi destinati ad altre finalità, non specificamente rivolti alla ricerca. In questo caso l'effetto sull'attività di ricerca e sviluppo non porta ad aumenti apprezzabili. Il sostegno generico, in altre parole, non si traduce in comportamento innovativo piuttosto è la coerenza tra obiettivo dichiarato e strumento utilizzato a produrre il risultato, non il trasferimento di risorse in sé.
Il differenziale
raggiunge il valore massimo nel Mezzogiorno, dove toccano i 18,9 punti. Il dato
va letto con attenzione: un'addizionalità più elevata segnala che in quei
territori l'incentivo interviene su decisioni realmente al margine, progetti
che senza il sostegno pubblico non sarebbero partiti. Dove il tessuto
innovativo è più sottile, quindi, la stessa risorsa produce più cambiamento di
comportamento, perché sposta imprese che altrimenti resterebbero ferme invece
di rafforzare imprese che avrebbero investito comunque.
Il criterio che emerge
dai dati è che l'efficacia non dipende dalla quantità di risorse distribuite ma
dalla coerenza tra obiettivo e strumento, gli incentivi mirati evitano
l'abbandono dei progetti, quelli generici non modificano i comportamenti. Il
tema dell'addizionalità è centrale, osserva Raffaele Brancati, presidente di
Met. I dati sugli incentivi per la R&S dimostrano che quando si operano
interventi mirati con obiettivi e misure coerenti l'efficacia è apprezzabile,
in particolare per evitare l'abbandono di progetti di ricerca e innovazione. La
funzione più preziosa dello strumento pubblico, in questa lettura, non è tanto
generare nuovi progetti dal nulla quanto impedire che quelli avviati vengano
interrotti, una funzione di continuità, che protegge investimenti già in corso
dalla volatilità dei conti aziendali
La taglia degli aiuti
e l'effetto pioggia
All'efficacia degli
strumenti mirati si contrappone però la fisionomia complessiva del sistema
agevolativo, che Brancati definisce «estremamente frazionato, con dimensioni
unitarie modeste in assoluto e trascurabili in rapporto al fatturato delle
imprese beneficiarie». I numeri danno sostanza al giudizio: la mediana degli
aiuti si è attestata nel 2025, a livello nazionale, a 8.432 euro, con un
intervallo che va dai 5.817 euro delle microimprese fino a 1,3 milioni per le
grandi. In termini di incidenza sul fatturato si tratta del 2,1% a livello
mediano, valore che scende allo 0,6% per le grandi imprese. Nel complesso, nel
2025 il 35% delle aziende ha usufruito di qualche agevolazione. La combinazione
di questi due dati definisce il profilo del sistema: una platea molto larga di
beneficiari e importi unitari che, nella maggior parte dei casi, non
raggiungono la soglia oltre la quale una decisione di investimento cambia.
Il grafico usa una scala logaritmica perché la distanza tra i valori è di due ordini di grandezza: il divario tra la mediana delle microimprese e quella delle grandi non è una differenza di grado ma di natura. Per un'impresa di piccolissime dimensioni un contributo di poche migliaia di euro copre un adempimento, un macchinario minore, una consulenza; non finanzia un progetto di ricerca con un orizzonte pluriennale e un fabbisogno di personale qualificato
Da qui la correzione di una convinzione diffusa ovvero emerge che i destinatari degli interventi a pioggia non sono le microimprese come spesso si pensa, ma le imprese con struttura già consolidata e la larghissima maggioranza delle medie e grandi imprese, oltre il 95%, con interventi come detto per lo più modesti. È un passaggio che ribalta il senso comune del dibattito sulla politica industriale ovvero la dispersione delle risorse non deriva dal tentativo di raggiungere la coda lunga del sistema produttivo, ma dalla copertura quasi universale del segmento che ha già le strutture per accedere agli strumenti. Le implicazioni sono due, di segno opposto ma complementari. Per le imprese strutturate, l'aiuto di importo contenuto e incidenza marginale sul fatturato rischia di configurarsi come un trasferimento senza effetto sul comportamento perchè sostiene la redditività ma non modifica le scelte. Per le imprese piccole che non accedono, il problema è a monte, capacità amministrativa, informazione, assistenza tecnica e non si risolve aggiungendo nuove misure allo stesso catalogo.
Fatturato e
aspettative: il paradosso delle agevolate
Considerando il periodo
2021-2025, le imprese agevolate con almeno uno degli strumenti censiti dal
Registro degli aiuti dichiarano una dinamica più favorevole rispetto a quelle
che non hanno percepito aiuti infatti a livello nazionale il 30,4% riporta un aumento,
forte o moderato, del fatturato, contro il 22,2% delle non agevolate. Otto
punti di scarto che, presi da soli, suonano come una conferma dell'efficacia
del sostegno pubblico. Il quadro si complica guardando alle attese. Tra le
imprese agevolate, la quota di chi prevede per il prossimo biennio un calo del
fatturato , il 24,5% , supera quella delle aziende non beneficiarie, ferma al
19,9%. Le stesse imprese che hanno registrato la performance migliore nel
quadriennio passato sono quindi le più pessimiste sul futuro immediato.
L'indagine propone due chiavi interpretative, non alternative. La prima è la maggiore esposizione di queste imprese, forse più strutturate e più legate ai mercati: chi esporta, chi opera su filiere internazionali, chi ha una quota rilevante di ricavi fuori dai confini nazionali percepisce prima e con maggiore intensità il deterioramento del contesto globale. Il pessimismo, in questa lettura, è un indicatore di sensibilità informativa più che di fragilità. La seconda chiave è più scomoda: il fatto che l'aiuto ricevuto sia stato in parte una risposta a fragilità già previste. In questo caso la correlazione tra agevolazione e performance non misurerebbe l'effetto del sostegno, ma la capacità delle imprese di anticipare una difficoltà e attrezzarsi. Il dato positivo sul passato e quello negativo sulle attese descriverebbero allora lo stesso fenomeno visto da due lati. Qualunque sia il peso relativo delle due spiegazioni, la conseguenza analitica è la stessa: il differenziale di performance tra agevolate e non agevolate non può essere letto come una misura di efficacia. Serve l'esercizio di addizionalità condotto sul comportamento - la probabilità di fare ricerca, di innovare, di non abbandonare un progetto - che è esattamente il contributo metodologico dell'incrocio con il Registro degli aiuti.
Ricerca senza confini:
la risposta di sistema
Se il vincolo dominante è di competenze e non di capitale, la leva degli incentivi può attutire la frenata ma non invertirla. Il secondo documento su cui si basa questo report - l'intervento firmato da Giovanna Iannantuoni, Pierre Magistretti e Marco Emilio Orlandi - affronta precisamente la parte del problema che il sistema agevolativo non può risolvere: la produzione, la circolazione e la formazione delle competenze. La tesi di partenza è netta: l'innovazione non nasce soltanto dall'intuizione di un singolo ricercatore o dalla potenza di un laboratorio. Nasce dalla capacità di mettere in relazione conoscenze, competenze e strumenti diversi, spesso lontani tra loro. Per questo gli accordi tra università e centri di ricerca non sono semplici atti formali: sono infrastrutture della conoscenza, luoghi nei quali esperienze scientifiche differenti si incontrano, si confrontano e si trasformano in soluzioni concrete. Il ragionamento poggia sulla natura delle sfide contemporanee. Salute e longevità, transizione energetica, sicurezza alimentare, tutela degli oceani e sostenibilità richiedono modelli di sviluppo nuovi, una visione globale e un orizzonte di ricerca che nessuna disciplina, nessun settore e nessun Paese può coprire da solo. Ne deriva che il valore dell'accordo nasce dalla combinazione di esperienze e competenze diverse, accomunate dall'obiettivo di investire nella ricerca di frontiera. È un argomento che parla direttamente ai dati Met. Se una metà delle imprese in mismatch riesce a reagire ricorrendo alla formazione o all'acquisto di servizi specializzati, l'esistenza di un'offerta qualificata, accessibile e prossima ai territori diventa una condizione abilitante. L'università che mette le proprie infrastrutture in relazione con territori, fondazioni e istituzioni non svolge una funzione accessoria: alimenta il mercato delle competenze da cui dipende la capacità delle imprese di non abbandonare i progetti.
L'accordo KAUST,
Bicocca e Fondazione Bicocca
La proposta ha una forma concreta. L'intesa trilaterale tra la King Abdullah University of Science and Technology, l'Università degli Studi di Milano-Bicocca e la Fondazione Bicocca ha l'ambizione di rappresentare un'alleanza basata sulla consapevolezza che le sfide del futuro richiedono alleanze capaci di superare confini geografici, culturali e disciplinari. L'obiettivo dichiarato è creare le condizioni perché la ricerca generi nuove imprese e nuove professionalità, e perché la formazione prepari le persone chiamate a governare il cambiamento. Le aree di collaborazione individuate sono quattro e coincidono con i domini in cui la frontiera tecnologica si muove più rapidamente. Sulla salute e la longevità, l'intelligenza artificiale, la sensoristica e i dispositivi indossabili stanno modificando il modo in cui preveniamo e curiamo le malattie, con la prospettiva di contribuire a sistemi sanitari orientati alla prevenzione, personalizzati e accessibili. Sulla transizione energetica il perimetro comprende energie rinnovabili, sistemi di accumulo, idrogeno verde, cattura e valorizzazione della CO2, materiali avanzati ed economia circolare, insieme alle tecnologie energetiche avanzate e alla sicurezza nucleare. La sfida indicata è portare le soluzioni fuori dai laboratori, attraverso prototipi, impianti pilota e dimostratori capaci di misurarsi con le condizioni industriali e con le esigenze dei territori. Il terzo fronte riguarda ambiente e clima, chiamando in causa anche il tema del cibo e dell'acqua: agricoltura di precisione, colture resistenti alla siccità e alla salinità, serre avanzate, tecniche agricole e sistemi alimentari resilienti. Il quarto guarda alla tutela degli oceani e degli ecosistemi, con riserve marine, microbiomi marini, acquacoltura sostenibile e biotecnologie applicate alla protezione delle risorse. In questa prospettiva il Mar Rosso e il Mediterraneo diventano laboratori naturali per studiare gli effetti del cambiamento climatico e sviluppare modelli di economia blu.
Persone, mobilità e
nuove professioni
L'accordo si tradurrà in strumenti concreti: mobilità di studenti e ricercatori, progetti di ricerca congiunti, accesso condiviso a laboratori e infrastrutture. Un'attenzione particolare sarà dedicata alla formazione dei giovani e al trasferimento tecnologico, perché i risultati della ricerca possano trovare applicazione e generare nuove opportunità. È la parte dell'impianto che intercetta più direttamente il vincolo rilevato dall'indagine Met. La carenza segnalata dalle imprese non riguarda titoli di studio in astratto, ma persone capaci di lavorare su problemi complessi in ambienti tecnologicamente avanzati: competenze che si acquisiscono dentro i laboratori, nei progetti reali, nella pratica del metodo scientifico applicato a un obiettivo industriale. La mobilità internazionale e l'accesso condiviso alle infrastrutture sono i canali attraverso cui questa formazione avviene. C'è poi la dimensione delle nuove professionalità. Una collaborazione che porta prototipi e dimostratori verso le condizioni industriali genera figure intermedie - ingegneri di processo per l'idrogeno, specialisti di sistemi di accumulo, analisti di dati sanitari, tecnici di acquacoltura sostenibile - che oggi non esistono in numero sufficiente e che sono precisamente quelle di cui le imprese denunciano la mancanza. La contaminazione tra discipline, culture scientifiche e sistemi economici, come la definiscono gli autori, è il meccanismo che le produce.
Geopolitica della
conoscenza
Il documento colloca infine la cooperazione scientifica in un quadro politico più ampio. In un panorama geopolitico complesso, collaborare nella ricerca significa anche costruire e affermare un'idea diversa delle relazioni tra i popoli: il futuro non sarà di chi saprà isolarsi meglio, ma di chi saprà collaborare in modo lungimirante. L'argomento ha un fondamento pratico oltre che valoriale. La conoscenza non è soltanto qualcosa da produrre: è una responsabilità da condividere, e la condivisione è la condizione tecnica del progresso scientifico. Nei domini citati dall'accordo - clima, salute, energia, risorse marine - i fenomeni studiati non rispettano i confini nazionali, e i dati necessari a comprenderli sono distribuiti su scala continentale. Un sistema di ricerca che si chiude perde accesso all'informazione prima che al mercato. Per il sistema produttivo italiano la considerazione ha un valore diretto. Le imprese che secondo l'indagine Met mostrano le dinamiche migliori sono quelle più strutturate e più legate ai mercati internazionali, le stesse che percepiscono con maggiore acutezza il deterioramento del contesto. Costruire canali stabili di cooperazione scientifica è, per queste imprese, una forma di accesso anticipato alla tecnologia; per quelle che restano fuori da ogni rete internazionale, il rischio è di subire il cambiamento tecnologico come un vincolo esterno anziché governarlo.
Agenda di policy: sei
direzioni operative
Incrociando l'evidenza
quantitativa dell'indagine con l'impianto istituzionale proposto dal secondo
documento, emergono sei direzioni di intervento con un grado ragionevole di
fondamento empirico. Non sono alternative tra loro: agiscono su segmenti diversi
dello stesso blocco. La prima è la selettività degli strumenti. Se gli aiuti
mirati alla ricerca producono un differenziale di 8,4 punti e quelli generici
nessun aumento apprezzabile, la coerenza tra finalità dichiarata e disegno
della misura è il primo criterio di efficienza della spesa. La seconda è la
concentrazione territoriale: un'addizionalità di 18,9 punti nel Mezzogiorno
indica dove l'euro pubblico sposta più comportamenti. La terza direzione
riguarda la soglia dimensionale degli interventi. Una mediana di 8.432 euro e
un'incidenza dello 0,6% sul fatturato delle grandi imprese descrivono strumenti
che, per una quota significativa di beneficiari, non raggiungono la massa
critica necessaria a cambiare una decisione di investimento. La quarta è l'integrazione
tra sostegno alla ricerca e sostegno alle competenze: finanziare un progetto
senza finanziare le persone che lo eseguono riproduce il vincolo invece di
rimuoverlo. La quinta direzione è il riequilibrio tra hardware e capacità
organizzativa: la divergenza tra Ict in calo di quasi sette punti e tecnologie
4.0 stabili suggerisce che gli strumenti premiano l'acquisto di beni più della
costruzione di capacità digitale. La sesta è l'apertura internazionale come
infrastruttura pubblica, nella logica degli accordi tra università e centri di
ricerca: mobilità, laboratori condivisi e trasferimento tecnologico come
dotazione a disposizione anche delle imprese che non possono costruirsela da
sole.
Rischi e indicatori da
monitorare
Il rischio principale che il quadro descrive non è una recessione ma una divergenza strutturale: un nucleo ristretto di imprese che continua a investire in ricerca, digitale e internazionalizzazione, e una platea ampia che esce progressivamente dal perimetro dell'innovazione conservando risultati accettabili nel breve periodo. Una simile configurazione è compatibile con indicatori aggregati stabili per diversi anni, e per questo particolarmente insidiosa: il deterioramento non produce un segnale d'allarme fino al momento in cui diventa irreversibile. Tre indicatori meritano attenzione nelle prossime rilevazioni. Il primo è la quota di imprese che effettuano ricerca: se dall'11% attuale la discesa proseguisse, il tessuto intermedio capace di assorbire conoscenza esterna si assottiglierebbe oltre il punto in cui i trasferimenti tecnologici restano possibili. Il secondo è la quota di mismatch superato: oggi metà dei casi, ed è la misura più diretta della capacità di reazione del sistema. Il terzo è il rapporto tra investimenti in tecnologie 4.0 e investimenti in Ict. Un divario che si allarga ulteriormente segnalerebbe un sistema che accumula capacità produttiva senza la capacità informativa di utilizzarla, con un rendimento decrescente della dotazione tecnica già installata. È l'indicatore che sintetizza meglio il rapporto tra capitale fisico e capitale umano, cioè il nodo che l'intera analisi mette al centro. Un quarto delle imprese ha rinunciato a progetti di ricerca per mancanza di competenze e solo metà ha trovato una soluzione: il vincolo non è finanziario, e non si rimuove distribuendo importi marginali a una platea larga.
Conclusione
Il rapporto Met che sarà presentato al Mimit il 16 ottobre consegna un messaggio che non riguarda la congiuntura. Gli indicatori aggregati tengono , export, margini, credito mentre i motori microeconomici arretrano dal 2021 e così le imprese che fanno ricerca scendono dal 15% all'11%, quelle che investono in Ict dal 21,5% al 14,6%, e un quarto del campione dichiara di aver ridotto o rinunciato a progetti per mancanza di competenze. Il collo di bottiglia si è spostato dal capitale alle persone, e solo metà delle imprese in difficoltà riesce a compensarlo con formazione o servizi specializzati. L'evidenza sugli incentivi indica la via e i suoi limiti. Gli strumenti mirati funzionano, con 8,4 punti di addizionalità a livello nazionale e 18,9 nel Mezzogiorno, mentre gli aiuti generici non spostano i comportamenti; ma la mediana di 8.432 euro e la copertura di oltre il 95% delle medie e grandi imprese descrivono un sistema frazionato, che distribuisce molto e concentra poco. La proposta di una ricerca senza confini , infrastrutture condivise, mobilità, trasferimento tecnologico, formazione di chi dovrà governare il cambiamento, completa il quadro sul lato dell'offerta di competenze. Selettività degli strumenti e apertura delle infrastrutture della conoscenza sono, alla fine, la stessa politica industriale vista da due lati.
Fonti: indagine biennale Met in presentazione al ministero delle Imprese
e del made in Italy (Il Sole 24 Ore, 16 settembre 2026, articolo di Carmine
Fotina); intervento di Giovanna Iannantuoni, Pierre Magistretti e Marco Emilio
Orlandi sugli accordi di collaborazione tra università (Corriere della Sera).
Angelo Capriati CEO Finanza&Servizi S.r.l.s.
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